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SEPARAZIONE DELLE CARRIERE, TRA FALSI MITI E SPERANZE

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Nell’articolo che potete leggere qui:

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si è concentrati sulla separazione delle carriere in magistratura, un argomento di grande importanza per comprendere la realtà del presente e le prospettive del futuro.

L’articolo è scritto da Vincenzo Candido Renna, cofondatore di RennaStudioLegale e avvocato cassazionista del Foro di Lecce, nonché esperto in compliance ed etica.

Il tema della Giustizia è spesso oggetto di aspre discussioni e polemiche, che contribuiscono a confondere anziché chiarire il funzionamento del sistema giudiziario. Tuttavia, sarebbe opportuno affrontare la questione in modo equilibrato e aperto, evitando lo scontro tra posizioni contrapposte sui social network e dando maggiore considerazione alla Giustizia Civile, Amministrativa, Contabile e Tributaria.

Piuttosto che concentrarsi sulla “separazione delle carriere”, dovremmo porre al centro del dibattito lo “stato di diritto”, che sembra non essere solido e robusto nel nostro Paese. Se la Costituzione fosse stata applicata sin dall’inizio con rigorosa attenzione, non saremmo qui a discutere della separazione delle carriere, che sembra essere il risultato di un sistema giuridico affetto da molteplici problemi.

Come molti italiani, non sono affascinato dall’idea di un referendum sulla separazione delle carriere, poiché ritengo che tale misura, senza una riforma completa del sistema giudiziario penale, sarebbe solo un’innovazione tecnica destinata al fallimento.

Come disse Giorgio Lattanzi, ex presidente della Corte Costituzionale, il compito dei magistrati non è combattere i reati, ma garantire l’applicazione precisa e garantita della legge penale. Purtroppo, alcuni inquirenti sembrano coltivare sceneggiature più che condurre inchieste rigorose, confondendo realtà e finzione.

Nel corso degli anni, si è diffusa una cultura ispirata alle fiction, secondo la quale il compito del magistrato sarebbe quello di liberare la società dalla criminalità. Tuttavia, in uno Stato di diritto, il magistrato non ha questo compito, che spetta alla società civile, alle forze dell’ordine e alle agenzie educative come la scuola e la famiglia.

Purtroppo, sembra che la normalità richieda la violazione e l’abuso del diritto come regola. È importante che il magistrato del pubblico ministero ragioni come un giudice, poiché allontanarlo dal processo decisionale non aumenterebbe la tutela dei diritti, ma la diminuirebbe.

Tuttavia, è ragionevole regolare l’esercizio dell’azione penale e il processo decisionale in modo da evitare che le competenze acquisite dal magistrato vengano disperse a causa di scelte soggettive prive di una giusta causa e di una motivazione adeguata.

Dovremmo evitare la connessione tra magistratura e politica. Una volta che un magistrato ha abbandonato la toga, non dovrebbe più indossarla, e non dovrebbe esserci possibilità di aspettativa, altrimenti si tradirebbe l’aspettativa di imparzialità e correttezza che sono principi fondamentali per una democrazia matura e una società civile come la nostra.

La magistratura deve fare un’analisi critica ed evitare atteggiamenti e pronunce che ledano la sua credibilità e il suo prestigio. Tuttavia, non si dovrebbero promuovere progetti punitivi e di sottomissione nei confronti della magistratura.

Non sono tra coloro che credono che la difficoltà di attuare una seria riforma dell’amministrazione della giustizia in Italia sia dovuta alla prepotenza di un “mandarinato” giudiziario che può intimidire e ricattare i legislatori riformatori. Anche se il caso Palamara ha evidenziato l’esistenza di questa componente, ritengo che per raggiungere l’obiettivo si debba considerare il disfacimento complessivo dello Stato di diritto, con il potere giudiziario come utilizzatore finale anziché motore primario.

La certezza nella Giustizia non si trova solo nei suoi difetti evidenti, come la lentezza dei processi e la sovrabbondanza normativa, ma deriva anche da un’eccessiva enfasi sulla giustizia punitiva e dal tentativo di far svolgere alle toghe un ruolo sostitutivo rispetto a una politica spesso incapace di rispondere alleesigenze della società.

In conclusione, il sistema giudiziario italiano affronta molte sfide e criticità che richiedono una riforma completa e attenta. La separazione delle carriere potrebbe essere una parte di questa riforma, ma non può essere considerata come una soluzione unica e definitiva. È necessario affrontare anche altre questioni, come la garanzia dello stato di diritto, la corretta applicazione della legge, la formazione dei magistrati e la riduzione della burocrazia giudiziaria. Solo attraverso un approccio equilibrato e una riflessione approfondita possiamo sperare di migliorare il sistema giudiziario e garantire una giustizia efficace e imparziale per tutti i cittadini.

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