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RECESSO DELLA BANCA CON EFFETTO IMMEDIATO. QUANDO È LEGITTIMO?

Tempo di lettura: 3 minuti

Commento a Sentenza Cassazione n. 5415/2024

Una recentissima sentenza della Cassazione mi offre l’occasione per tornare su un tema a me caro, quello relativo al recesso della banca dall’apertura di credito.

Ho avuto già modo di parlarvene in un precedente articolo e vi ho anche dedicato, sul tema, un video su youtube.

Questa volta la Cassazione risponde ad una specifica questione di diritto ovvero se sia legittimo il recesso per giusta causa intimato dalla banca senza indicazione della ragione giustificativa.

Non pensate che sia un’ipotesi rara perché, al contrario, si verifica molto spesso che la banca receda dall’apertura di credito con effetto immediato senza indicarne il motivo, salvo poi sostenere, in giudizio, che la giusta causa era sussistente all’epoca del recesso sebbene non esplicitata nella lettera con cui veniva comunicato il recesso stesso.

Vediamo, quindi, con parole spero semplici (e vi prego di segnalarmelo se non sono sufficientemente chiara nell’esposizione), quale è stato il ragionamento in diritto seguito dalla Suprema Corte nella sentenza che si commenta.

 

I FATTI DI CAUSA.

Il primo grado.

Tizio e Caio, rispettivamente in qualità di rappresentanti legali della società Alfa e Beta, convenivano in giudizio la Banca Gamma per ottenere il risarcimento dei danni che sarebbero stati loro cagionati a seguito della condotta illegittima ed arbitraria della banca medesima.

Cosa lamentavano in particolare?

Che la banca avesse revocato illegittimamente, con effetto immediato, senza preavviso e senza alcuna motivazione, gli affidamenti concessi alle imprese da loro rappresentate, nonostante non vi fosse stato alcun inadempimento o ritardo nell’adempimento dei propri obblighi contrattuali.

Non solo. Le imprese lamentavano che la banca avesse proceduto senza alcun preavviso alla segnalazione alla Centrale dei Rischi  per l’intero ammontare degli importi dei quali aveva chiesto il rientro.

Il Tribunale, in primo grado, aveva dato ragione alle due imprese ritenendo ingiustificato il recesso ed illegittima la segnalazione.

Il secondo grado.

La banca proponeva appello sostenendo la legittimità del proprio comportamento dal momento che il recesso si fondava, utilizzando sue parole, “su una macroscopica giusta causa” e cioè sulla notifica di un decreto di citazione a giudizio dei titolari delle imprese per fatti di reato commessi ai danni di alcune banche, tra cui anche la banca appellante.

La Corte d’Appello, questa volta, dava ragione alla banca e condannava le imprese appellate al pagamento del dovuto oltre accessori e compensi di lite.

Come arrivava la Corte a questa decisione? La Corte d’Appello osservava che la causa del recesso, per quanto non indicata nella comunicazione ma soltanto nel corso del giudizio, era comunque conosciuta o facilmente conoscibile dagli interessati, ritenendo molto improbabile che i destinatari non avessero posto il recesso in relazione con il processo penale pendente contro di loro o comunque non avessero, una volta ricevuta la comunicazione, richiesto chiarimenti alla banca. Riteneva, pertanto, che il comportamento della banca stessa non potesse considerarsi contrario a buona fede.

Tizio e Caio decidevano quindi di proporre ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello.

La decisione della Cassazione.

La Cassazione, dopo aver esaminato le posizioni di ciascuna parte processuale, ha ritenuto non esatta la motivazione data dalla Corte d’Appello nella propria pronuncia secondo cui il recesso per giusta causa dagli affidamenti possa essere intimato dalla banca anche senza indicazione alcuna della causa che lo sorregge.

Ciò perché, ad avviso della Suprema Corte, l’indicazione della giusta causa costituisce parte necessaria ed essenziale del recesso per giusta causa ed è proprio la sua presenza che consente di distinguere quest’ultima tipologia di recesso dal recesso ad nutum. Ne consegue, secondo la Corte, che non possa dirsi perfezionata una manifestazione di volontà di recedere “per giusta causa” che non indichi quale sia tale causa.

La Corte, nella sentenza in commento, prosegue evidenziando che la necessità di detta indicazione nell’atto di recesso si connette direttamente al rispetto dei principi di correttezza e buona fede ed alla fondamentale esigenza che il cliente, cui il recesso è rivolto, sia posto nelle condizioni di difendersi e di contestarlo efficacemente in giudizio.

Per questi motivi, la Cassazione accoglie il ricorso di Tizio e Caio, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di Appello in diversa composizione.

 

CONCLUSIONI.

Si tratta di una sentenza significativa in tema di recesso illegittimo da apertura di credito perché la Corte di Cassazione compie un passo in più in questa sua pronuncia. Non si limita ad affermare che il recesso immediato, senza indicazione della giusta causa, sia illegittimo ma arriva ad affermare che esso, senza l’indicazione della giusta causa, non si sia mai perfezionato, escludendo a monte ogni possibile validità ed efficacia del recesso in tali termini esercitato.

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