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LA POESIA È, DI FATTO, L’ALTRO NOME DELLA LIBERTÀ

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MIRCEA CĂRTĂRESCU

LA POESIA È, DI FATTO, L’ALTRO NOME DELLA LIBERTÀ

 

In questo caso non ci dedichiamo a una vera e propria recensione ma se la recensione altro non è che un possibile indirizzo, una chiave di lettura che tende a promuovere un libro, magari un buon libro, per il suo contenuto e quindi per l’apporto didascalico, creativo o di qualsiasi altra natura esso sia nei confronti del lettore, allora converrà un attimo distogliere lo sguardo dalla recensione vera e propria per accentrarlo su alcune parole che ben sintetizzano, spiegano e forniscono possibili interpretazioni come, in questo caso, circa la poesia.

Da qualcuno ritenuta l’espressione più alta e nobile della letteratura, da qualcun altro una sorta di “figlia negletta” forse proprio perché troppo alta e perciò poco raggiungibile dai più, la poesia nel corso dei secoli ha visto destini e sorti mutevoli e cangianti in un generale percorso che non temiamo poter sintetizzare in senso discendente: dalla centralità pressoché assoluta della classicità per arrivare ai giorni nostri quasi completamente assente dagli scaffali delle librerie (se si eccettuano i classici) fino ad essere relegata a un fenomeno di nicchia per pochi eletti.

Ebbene, è forse giunto il momento di cominciare a ripensare alla produzione lirica, soprattutto qui in Italia, dove il fenomeno della “scomparsa” è curiosamente (se pensiamo alla lunga tradizione della poesia italiana da Dante a Leopardi a Montale e così via, tanto per citare nomi che tutti dovrebbero conoscere) ben più accentuato che altrove, e a ripensare anche al concetto stesso di poesia fin nelle sue più intime e profonde caratteristiche e caratterizzazioni.

Certo, nessuno potrà mai dire con assoluta certezza e senza tema di smentita cosa sia la poesia ma ogni buon contributo che tenti se non di definirla per lo meno di illuminarla su uno dei suoi poliedrici e infiniti aspetti non potrà che rendere giustizia a un percorso che, si spera, faccia tornare la produzione lirica al centro dell’interesse dei lettori.

Ci affidiamo così a un discorso che ci ha particolarmente affascinato, mutuato dall’estero e dalle parole pronunciate dal poeta rumeno, ma anche scrittore, saggista e accademico, MIRCEA CĂRTĂRESCU in occasione del premio FIL di Guadalajara in Messico dello scorso novembre e qui per la prima volta tradotto in italiano da Vito Davoli.

Discorso di ringraziamento per il premio FIL di Letteratura in Lingue Romanze (26 novembre 2022)

«Carissimi amici,

nel suo dialogo La Repubblica, Platone immagina quella che per lui sarebbe la città ideale ma che noi, con la sventurata esperienza di tutte le città utopiche messe in pratica sin da quell’epoca, chiamiamo meglio un carcere ideale.

Era la città la cui classe dirigente aveva il diritto di mentire per il bene del popolo, nella quale il controllo su ogni cittadino era totale e riguardava tutti gli aspetti della vita, nella quale non esisteva il diritto alla libertà d’espressione, nella quale i migliori guerrieri erano ricompensati con le donne più belle in un processo di eugenetica sociale che anticipava il nazismo. Tutto questo in nome di una città inerte, paralizzata, dove l’individuo era solo un tassello indispensabile nel meccanismo dello stato. Tutti gli stati totalitari immaginati nel corso della storia hanno condiviso qualcosa dell’incubo della repubblica di Platone.

In quel mondo il filosofo includeva anche gli artisti, i poeti, i musicisti il cui ruolo era celebrare lo stato e i suoi dirigenti. Nella musica erano ammesse solo le tonalità maggiori, eroiche, ottimiste ed era categoricamente proibito distanziarsi da esse. Una modifica al modo di fare musica, diceva Platone in una delle sue pagine più sorprendenti, era pericolosa perché poteva provocare il ribaltamento del sistema sociale. Il potere dell’arte non è mai stato tanto esposto a tanto sospetto e timore.

Per il filosofo greco la musica non è piacere dei sensi, nemmeno puro edonismo, quanto piuttosto una forza terribile, rivoluzionaria, che gli stati devono temere. Siamo abituati, grazie al pensiero marxista, a credere che “la base determina la sovrastruttura”. Ebbene, per Platone la sovrastruttura musicale e artistica della città ideale poteva minare la sua base totalitaria.

Se la musica ha un potenziale sovversivo ed è capace di trasformare l’ordine sociale, la poesia è perfino più temibile. Nella città-stato platonica, gli unici poeti ammessi sono quelli ufficiali, i laureati, quelli che cantano inni e odi alla perfezione del sistema. La sua partitura è rigorosamente regolata, il suo discorso estetico è uno e invariabile. Il poeta libero, con un discorso plurale, che imita tutte le voci della città, non ha spazio nell’ordine prestabilito. È chiamato a render conto ai governanti che gli si inchinano e riconoscono il suo genio, però gli chiedono di abbandonare la città perché non risulta di alcuna utilità alla stessa.
Non è di geni che necessita la società ideale ma di conformisti. Il genio è incontrollabile e, perciò stesso, sovversivo. Provoca il cambio che più temono i legislatori. Introduce nella città l’inquietudine, il dubbio, l’ironia, il sarcasmo, la sollevazione in fin dei conti. Esprime, come diceva Kafka della sua propria arte, la “negatività” in un mondo di sorrisi felici disegnati su palloncini. La letteratura – scriveva anche l’autore praghese – non ha l’obbligo di consolare né rallegrare. Deve invece svegliare le coscienze. Dev’essere un’ascia che rompa il ghiaccio delle menti delle persone. E questo ghiaccio è esattamente l’ordine precostituito della città ideale; quell’incapacità a evolversi, quella morte dell’anima sulla quale hanno scritto tutti coloro che sono stati e sono contrari ai sistemi totalitari.

L’artista, specialmente il poeta, si è da sempre opposto all’ordine, alla disciplina, alle regole, ai sistemi, in tutte le epoche e in qualsiasi tipo di società. Ha sempre trovato ripugnanti il conformismo e l’ipocrisia. Ha rifiutato le verità e i valori accettati dalla maggioranza. Si è sempre sollevato contro tutto quello che soffoca la libertà umana. La poesia non è intrattenimento e il poeta, come pensano ancora in tanti, un disadattato con la testa fra le nuvole. Anche nei modi più apparentemente inoffensivi quali possono essere un sonetto d’amore o una poesia sulla natura, la poesia risulta sovversiva in tutti quei mondi sottomessi a un controllo capillare; giacché queste poesie sono impregnate di una libertà interiore. E in esse esiste pure il fermento dell’insurrezione e della disobbedienza.

Nel corso dei millenni, dalla Repubblica di Platone fino ai giorni nostri, i poeti, apparenti passerotti canterini, inutili e talvolta perfino ridicoli agli occhi dei loro simili, sono stati sistematicamente perseguitati, accusati e molte volte assassinati per le loro idee e le loro visioni e i loro libri censurati, proibiti e bruciati in diversi momenti della storia.

L’arte della poesia, sempre alla ricerca della bellezza, sempre agonizzante e sempre resuscitata, è sempre stata inclusa inevitabilmente fra i mezzi più efficaci per ravvivare le coscienze, per ridestare la dignità umana, per preservare la libertà sempre minacciata nel nostro mondo hobbesiano. La poesia è, di fatto, l’altro nome della libertà.

Il poeta è temuto e accusato, ormai da millenni, non solo per la sua fondamentale sovversione. In un racconto profetico intitolato El informe de Brodie, J. L. Borges narra di un mondo umano in profonda decadenza, intorpidito, anarchico, l’esatto contrario della città platonica. I membri della tribù scoperta da Brodie giacciono nel fango, apatici, privi di coscienza di se stessi e delle istituzioni. Però, di tanto in tanto – racconta Borges – uno di questi che giacciono al suolo prova a integrarsi e, turbato e allucinato, grida parole che neppure egli stesso riesce a comprendere. Se queste sorprendono e commuovono i più, colui che le ha pronunciate è chiamato “poeta” e a partire da quel momento chiunque ha diritto a farlo fuori. La parabola borgesiana mostra una volta di più quanta sacra energia racchiude in sé lo strano atto della poesia.

Ma il poeta non è solo un rivoluzionario: è anche un profeta. È un medium attraverso il quale parla una creatura assoluta e strana. È un portale attraverso il quale il miracoloso, il sacro, il demoniaco, l’estatico, l’osceno, il divino e il terribile penetrano nel nostro mondo. Egli non parla solo con le sue parole ed esclusivamente per i suoi simili quanto con le enigmatiche palatali e fricative della voce dell’oltre. Non è perseguitato e assassinato unicamente come contestatore di qualsiasi ordine e di qualunque sistema sociale quanto anche come voce dell’inconoscibile e dell’indomabile che il filisteo, il borghese, il materialista temono più di qualunque altra cosa.

I profeti biblici non vaticinavano spontaneamente ma obbligati dalla divinità da cui spesso cercavano di scappare e nascondersi poiché la profezia ti brucia dentro come una fiamma inestinguibile. Allo stesso modo i poeti non possono tacere, nemmeno quando si ritrovano sotto la minaccia della fame, della povertà, del disprezzo pubblico o del potere arbitrario. La sua voce interiore deve farsi sentire a qualunque costo.

Nonostante tutto questo, poche volte il disinteresse per la poesia, l’oblio della sua essenza rivoluzionaria e poetica sono stati così evidenti come oggigiorno, quando essere poeta ed essere vagabondo, asociale, “raro” sono grossomodo la stessa cosa per molte persone.

Una terza caratteristica della poesia, tanto importante quanto le precedenti, si può desumere da una superba pagina di J.D. Salinger. Nel racconto Levantad, carpinteros, la viga del tejado, Seymour Glass, il poeta e profeta della sua famiglia va in visita a casa della sua promessa sposa, Muriel, per conoscere i suoi genitori. Loro sanno che il giovane Seymour è ritornato dalla II Guerra Mondiale con una sindrome post-traumatica e sono preoccupati per la loro figlia. La loro premura si accentua ancor più quando, al domandargli cosa pensa di fare una volta finita la guerra, lui risponde: «Vorrei essere un gatto morto». Di fronte a questa risposta i genitori di lei restano stupefatti pensando che il fidanzato della ragazza abbia perso il senno. Ma successivamente Seymour spiega alla sua ragazza che lui si riferiva ad un’antica parabola zen. Quando domandano a un monaco Zen quale sia l’oggetto più di valore al mondo, lui risponde: «Un gatto morto. Poiché nessuno può dargli un prezzo».

La poesia è il gatto morto del mondo consumista, edonista e mediatico nel quale viviamo. Non si può immaginare una presenza più assente, una grandezza più umile, un terrore più dolce. Nessuno sembra dargli un prezzo e invece non c’é nulla che abbia più valore. La incontriamo solo nelle librerie se abbiamo la pazienza di arrivare fino alle ultime file di scaffali. I poeti non hanno più statue, come nel sec. XIX, né reputazione, come nel XX secolo.
Ossessionati da vendite e profitto, gli editori rifuggono la poesia come fosse un’anima che porta in sé il diavolo.

Non è immaginabile oggigiorno un destino più drammatico di quello del poeta che decida di consacrare tutta la sua vita all’arte. Gli antichi erano capaci di rovinarsi la vita (e in qualche caso anche quella degli altri) a causa di un verso particolarmente bello, ma confidavano almeno nel riconoscimento delle generazioni future. Loro riuscivano davvero a credere che la bellezza – come disse Dostoevskij – è la salvezza del mondo ma oggi non sappiamo più neppure cosa sia la bellezza, né tantomeno il mondo e non capiamo cosa significhi “salvare”. Che c’è da salvare se viviamo nell’immanente e nel casuale. Senza la prospettiva di ottenere qualcosa attraverso l’arte e, in definitiva, attraverso la sua professione, senza la speranza della gloria e della posterità, il poeta è condannato a una vita di fantasia e asociale di un consumatore di hashish.

«Il poeta, come il soldato, non ha vita propria / la sua vita è polveri e polvere da sparo» scriveva Nikita Stănescu. Oggi, quando la civiltà del libro sta morendo e quando voluttuosamente ci addentriamo nelle spaventose gole del virtuale, la poesia è ancora meno visibile. La modernità implicava una civiltà centrata sulla cultura, una cultura centrata sull’arte, un’arte centrata sulla letteratura e una letteratura centrata sulla poesia. La poesia al tempo di Valéry, Ungaretti e T.S. Eliot era il nucleo del nocciolo del nostro mondo. Oggi, la decentralizzazione postmoderna ha prodotto una civiltà senza cultura, una cultura senza arte, un’arte senza letteratura e una letteratura senza poesia. In un certo senso, i poli della vita umana si sono bruscamente invertiti e le prime vittime sono stati i poeti.

Eppure, umiliata e dissolta nel tessuto sociale, quasi scomparsa come professione e come arte, la poesia continua ad essere ubiqua e onnipresente come l’aria che ci circonda. Ebbene, prima che una formula e una tecnica letteraria, la poesia è uno stile di vita e un modo di guardare il mondo.
Espulsi nuovamente dalla città-stato, i poeti hanno imparato a combattere con le stesse armi della civiltà che li condanna. Hanno compreso la gioia dell’anonimato, la felicità dell’autosufficienza nel produrre testi per pochi amici, hanno imparato a proteggersi dalla brutalità del mondo circostante e dalla volgarità del successo. Niente è più discreto, più mirabile e più triste, in un certo senso, del poeta di oggi, l’ultimo artigiano in un mondo di copie senza originale, come scriveva Baudrillard, l’ultimo ingenuo in un mondo di arrivisti.

Rivoluzionaria, profetica e onnipresente come l’aria, la poesia ha anche illuminato tutta la mia vita. Non sono mai stato altro che un poeta. Anche i miei romanzi sono, di fatto, poesie. Ho sempre scritto poesie come forma di libertà, solidarietà, empatia per tutti gli uomini. Ho scritto contro le guerre e le discriminazioni di ogni genere. Ho scritto per chi legge poesie e per chi non legge poesie.

Per questo ringrazio, con modestia e apprezzamento, la giuria che mi ha assegnato il gran premio internazionale FIL: è un onore e una gioia inconcepibile trovarmi ora nella lista degli scrittori che, dal 1991, hanno avuto l’opportunità di riceverlo. Basta scorrere quell’elenco che include alcuni dei miei eroi letterari, come Nicanor Parra, Juan Goytisolo, Antonio Lobo Antunes, Alfredo Bryce Echenique, Yves Bonnefoy o Enrique Vila-Matas per dimostrare l’incomparabile qualità e importanza di questo rinomato premio. Grazie mille anche alla presidenza del premio e al presidente della Fiera del Libro di Guadalajara, una delle fiere del libro più famose al mondo. E infine, grazie a tutti coloro che ora sono con noi in questa sala».

Mircea Cărtărescu

 

traduzione rumeno-spagnolo di Marian Ochoa de Eribe
edito in Letras Libres del 26 novembre 2022

traduzione spagnolo-italiano di Vito Davoli

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