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NOI SCHIAVISTI

Tempo di lettura: 3 minuti

di Valentina Furlanetto

NOI SCHIAVISTI

Come siamo diventati complici dello sfruttamento di massa

 

Valentina Furlanetto, Giornalista e scrittrice da oltre dieci anni fa parte della redazione di Radio 24 – Il Sole 24 Ore occupandosi prevalentemente di economia e temi sociali per i giornali radio. Ha condotto alcune trasmissioni radiofoniche dedicate al non profit come Senza fine di lucro (2003-2006), Ascolto (2006-2008) e Figli di un Dio minore (2008-2010) e ha curato la rubrica Paese sommerso sull’evasione fiscale (2010-2011). È autrice del saggio ‹Si fa presto a dire madre› (Melampo Editore, 2010), un’inchiesta narrativa sulla maternità in Italia. Nel 2013, ha pubblicato per Chiarelettere ‹L’industria della carità›.

 

Una discesa all’inferi della nostra quotidianità, che assume il volto degli allevatori sikh, dei braccianti macedoni, delle badanti rumene, dei rider africani e di tanti altri oppressi e sfruttati dei giorni nostri.

Il saggio non cade nel facile manicheismo, non separa il bianco dal nero nè i buoni dai cattivi e dimostra che siamo tutti vittime di una trappola micidiale, al netto delle responsabilità individuali, per condotte di sfruttamento dell’uomo verso l’altro uomo.

La Repubblica fondata sul lavoro quale diritto fondamentale, almeno per la  carta costituzionale, vede la realtà capovolgere il paradigma, retrogradando il diritto a sopruso a sfruttamento, per di più elevato a sistema, con la accettazione più o meno consapevole di tutti noi.

Un libro che non offre risposte e lascia al lettore diverse domande, tra queste: dov’è che noi non funzioniamo? Dov’è che finisce la responsabilità individuale e inizia un sistema che non riesce a leggere la complessità della realtà socio-economica?

Intensa, penetrante, veritiera, la pagina sugli <<eroi dello sporco>>. I tanti addetti a ripulire “lo sporco degli altri”, che per certi versi, “…è la violazione legittima e consensuale di una zona intima, di angoli nascosti dove riposano le nostre corporalità, polvere, macchie, verità inconfessate. Non si tratta solo di sporco, ma di vita, polvere di esistenza, un po’ di se stessi. Chi pulisce i nostri spazi, una camera d’albergo, la nostra casa, il nostro bagno, entra un po’ nella nostra vita, nella nostra intimità, nello sporco della nostra esistenza, che vorremmo custodire segretamente e al tempo stesso ripulire…

Il denominatore comune, il filo rosso che sembra unire i destini di sfruttati e sfruttatori, è legato ad un lemma <<mancanza>> e ai suoi corollari: da un lato, la mancanza di sicurezza: troppi i morti e i feriti sul lavoro per mancanza di formazione dei lavoratori e mancanza di controlli dell’ispettorato del lavoro e delle autorità; dall’altro lato, l’insicurezza attraversa anche la massa dei consumatori, sempre più precari e poveri, alla ricerca del low_cost, dalla frutta ad 1 euro alla badante moldava da pagare poco ed in nero.

Se un prodotto costa troppo poco, il produrlo è costato altrettanto e, quindi, il prezzo lo pagano i senegalesi dei mattatoi modenesi, o i braccianti agricoli camerunensi delle campagne di Nardò.

La concorrenza sfrenata e il dumping sociale sembrano legittimare, quale alibi precostituito, queste scelte, che impongono anche alle grandi società pubbliche il ricorso al subappalto selvaggio e alle cooperative di lavoratori stranieri, fucine di sfruttamento e di para-schiavismo.

La concorrenza da valore a perversione, da incentivo liberale a trappola per una società, la nostra, ingabbiata dal mito dell’ottimizzazione.

L’Autrice, in modo elegante, a tratti anche commovente con le figure di lavoratori richiamate nelle pagine del libro, invita il lettore a riscoprire il valore della fragilità, insita nella condizione umana. Senza fragilità non c’è forza, così come senza fallimento non c’è innovazione. Le buone decisioni vengono dall’esperienza e l’esperienza viene dagli errori commessi.

L’errare è contrario all’ottimizzare, errare significa movimento, dinamismo, imprevedibilità, ottimizzare significa, risparmio, ripetizione, prassi, staticità.

Il saggio ci consegna una certezza: il lavoro fa parte della natura umana. Anzi, va detto con chiarezza, il lavoro è l’unica possibilità di realizzazione possibile per gli esseri umani. Sfuggire a questo significa condannarsi all’infelicità.

La verità è che dovremmo essere felici e non sfruttati nel lavoro. Perché il lavoro è elemento originario dell’identità e fondamento della Repubblica.

Buona lettura

 


 

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