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LA MERITOCRAZIA

di Salvatore Cingari

LA MERITOCRAZIA

Salvatore Cingari Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università per Stranieri di Perugia. Si è occupato del pensiero politico di Benedetto Croce, Antonio Gramsci e del nazionalismo italiano, di storia degli intellettuali in rapporto alle istituzioni formative e di problemi teorico-politici con specifico riguardo alla crisi della democrazia. Vincitore nel 2001 del Premio Basilicata per la saggistica, è direttore di collane editoriali e membro di comitati scientifici di numerose riviste.

 

Un bel libro, come questo saggio, si coniuga sempre al futuro e ci chiede di interrogarci, più che su cosa siamo stati su cosa potremmo ancora essere. Per decostruire il dispositivo meritocratico, il Prof. Cingari entra nell’unica macchina mitologica ancora in grado di ottemperare a questo compito, e cioè quell’immaginario del “capitale umano” che è allo stato attuale il più potente generatore di soggettività della coscienza postmoderna. Nella forma cava di questo immaginario si installa il concetto di meritocrazia.

Il lemma meritocrazia è composto da una parola di radice latina, meritus, e una di origine greca, kratos. Significa quindi potere al merito e indica una distribuzione del potere stesso con criteri acquisitivi (talento e sforzo) e non con criteri ascrittivi (ereditarietà).

Il volume è composto di tre capitoli che ricostruiscono un percorso poco noto, collocando la nascita del termine alla metà degli anni Cinquanta del Novecento, proseguendo con la fase successiva alla caduta del Muro di Berlino per arrivare ai nostri giorni, contraddistinti ormai da più di un decennio da una crisi sociale ed economica lungi dall’esser superata, men che mai dopo l’avvento della pandemia.

La parola è entrata nel lessico politico occidentale con l’opera di Michael Young, The rise of meritocracy (1958). <<Si tratta di un romanzo sociologico, di genere distopico, in cui l’autore, scienziato sociale e militante laburista (a lui si deve il manifesto della vincente campagna elettorale del secondo dopoguerra), immagina un io narrante del 2033 che rievoca il cammino della meritocrazia, dalla legge del 1944 (votata dai conservatori ma ispirata dai laburisti) per cui con un sistema di testing ad 11 anni veniva deciso il destino scolastico degli studenti, fino all’epoca successiva al 1958 in cui si immagina che la Camera dei Lords venga selezionata tramite test di intelligenza, gradualmente sopravanzando la Camera dei Comuni. Il mondo prefigurato da Young vede progressivamente divaricarsi ed estraniarsi due classi sociali, il cui divario gode di legittimità e consenso proprio perché sancito dal crisma scientifico dei test. Nonostante ciò, proprio nel 2033 esplode una rivolta dei “populisti” che finisce per uccidere il narratore stesso>>.

 Sfogliando le pagine del Saggio di Cingari si ricostruisce la storia del concetto di meritocrazia dal momento in cui fu coniata la parola (la seconda metà degli anni cinquanta del Novecento) ai giorni nostri, guardando sia alle elaborazioni teoriche della filosofia e del pensiero sociale (da Young a Della Volpe, Hayek, Arendt, Rawls, Bell, Bourdieu, Walzer, Sen, La-sch, Sennet, Giddens) sia al linguaggio politico (da Martelli a Blair da Berlusconi a Renzi) e al senso comune diffuso.

Osserva l’Autore che: il legame tra potere e merito si rivela qualora si presti la dovuta attenzione alla differenza decisiva tra talento e merito. Mentre il primo costituisce una qualità propria del soggetto, una sua ricchezza, una sua potenzialità, il secondo non è che un giudizio, una patente, un riconoscimento di altri. Vale a dire, è sempre qualcun altro a conferire e certificare il merito (e dunque un passaggio di potere). Non è un caso che non si sia mai sentito parlare di talentocrazia: il riconoscimento del talento è infatti un riconoscimento di tipo sociale, collettivo, gratuito, restio a qualsiasi investitura di carattere burocratico. Del resto, senza la preventiva definizione dei criteri di valutazione, la cosiddetta meritocrazia rischia, al contrario, di essere una scatola vuota, un sistema di misura arbitrario e indeterminato totalmente in mano della gerarchia che lo governa.

Il saggio ci racconta una storia senza ricorrere ad infingimenti retorici, fotografando una realtà con i suoi chiaroscuri, le sfumature di grigio che si alternano a colori vivaci, facendo emergere contraddizioni, speculazioni ed abusi unitamente a speranze e possibilità di successo reale per chi davvero lo merita.

 

Lettura meritevole e da fare!

 


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