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LA MORTE DEL DIRITTO

di William Lucy

LA MORTE DEL DIRITTO

Ancora un necrologio

 

WILLIAM LUCY è professore  ordinario di Filosofia del diritto presso la Durham University, nel regno unito. Le aree di competenza di ricerca di William sono il diritto privato e la filosofia giuridica. È arrivato alla Durham Law School nell’estate del 2012, dopo essere stato in precedenza professore presso la Law School dell’Università di Manchester. In precedenza aveva ricoperto cattedre presso l’Università di Cardiff, la Keele University e la University of Hull Law School (dove è stato quasi il primo professore di diritto di HK Bevan). Ha conseguito una laurea in giurisprudenza e titoli post-laurea in giurisprudenza e in filosofia politica. Insegna principalmente materie di diritto privato e filosofia giuridica e ha supervisionato numerosi dottorandi in questi settori. Questi sono anche i principali campi in cui pubblica, le sue prime due monografie sono Understanding and Explaining Adjudication (Oxford: Clarendon Press 1999) e Philosophy of Private Law (Oxford: Clarendon Press 2007). Il suo ultimo libro, Law’s Judgment , è stato pubblicato nel luglio 2017 da Hart Publishing..

 

Un piccolo pamphlet, ma di grande intensità, a partire dalle domande in esergo.

Sulla premessa per cui è sempre rischioso, per chiunque, fare previsioni, l’autore si muove sul percorso, da lui definito accidentato, della previsione circa la morte del diritto.

Formula tre domande:

  1. Cosa esattamente andrà a perire?
  2. Perché?
  3. Questa morte sarà motivo di rimpianto?

Scrittura interessante quella di Lucy, tuttavia bisogna essere un poco allenati al linguaggio e ragionamento giuridico-filosofico dell’autorevole accademico.

È un po’ come salire una vetta: occorrono attrezzatura e fiato, resistenza e scarpe adatte. Il paesaggio intorno lascia incantati, ma si rischia di perdere tempo attardandosi, mentre il giorno trascorre.

Il pamphlet si muove su un progetto di scrittura ben congegnato; molti sono i rinvii a pensieri di importanti filosofi del diritto, in particolare Michel Foucault.

L’autore osserva come il paradigma normativo su cui si fonderebbe il diritto occidentale verterebbe in uno stato di crisi determinato dalla convergenza di una serie di fattori.

In particolare, Lucy si sofferma sull’avanzare dei complessi meccanismi di intelligenza artificiale e sullo sviluppo dei sistemi di tecnologia informatica.

Da tanto consegue la riflessione sul ruolo da attribuire alla sfera giuridica e alle sue tipiche modalità di regolamentazione, dinanzi all’accrescimento della così detta ‘gestione tecnologica’ e al suo proposito di amministrare, in modo alternativo, lo spazio di agire dei cittadini e dei soggetti di diritto. Laddove spinta alle sue estreme conseguenze, l’analisi implicherebbe, appunto, la constatazione del venir meno, della ‘morte’ del diritto, nella sua accezione tradizionale e nelle sue consuete caratteristiche paradigmatiche.

La lettura del breve ed interessante saggio di Lucy mi consente una riflessione “a libro aperto”: se è vero come è vero che la problematica dell’intelligenza artificiale risponde prima di tutto a una tematica filosofica, il riferimento è, per esempio, all’alienazione esistenziale (Marx, Heidegger) e alla perdita da parte dell’uomo della capacità di comunicare (Wittgenstein). L’uomo allora deve ripensare a sé stesso e riflettere sulle sue fondamenta gnoseologiche e assiologiche.

Tutti, non solo i giuristi, sono chiamati a un reskilling che consenta di integrare l’intelligenza artificiale nel proprio lavoro, ovvero di evolvere il lavoro in considerazione dell’intelligenza artificiale. È una sfida complicata e, per certi versi, dolorosa, ma è ineludibile e riguarda da vicino tutte le professioni intellettuali. Basta usare ChatGPT per rendersi conto di quanto il tema sia urgente.

Altro spunto di riflessione: e se l’intelligenza artificiale servisse (anche) per liberare tempo da dedicare alle relazioni umane? Quanto tempo perdiamo ogni giorno a processare attività con la sola compagnia di un PC o di uno smartphone? Se una parte di questo tempo fosse risparmiata grazie all’uso dell’intelligenza artificiale, potremmo occuparci maggiormente non solo – come si dice spesso – di attività lavorative a maggior valore aggiunto, ma anche di rapporti umani.

È possibile, a mio modestissimo avviso, ritenere che anche se il diritto, nell’accezione sinora nota, dovesse morire sotto i colpi dell’intelligenza artificiale, l’umanità sopravviverà comunque.

Lo scopriremo solo leggendo.

Buona lettura.

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