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LA MANOMISSIONE DELLE PAROLE

Tempo di lettura: 3 minuti

di Gianrico Carofiglio

LA MANOMISSIONE DELLE PAROLE

 

Gianrico Carofiglio già magistrato, prima Pretore e poi PM presso la DDA di Bari, ha intrapreso la carriera politica, scegliendo di rinunciare definitivamente alla toga, viene eletto senatore della Repubblica per il PD dal 2008 al 2013, attualmente è docente universitario, giornalista e autore televisivo, sportivo è cintura nera di Karate 6°Dan. Per la scrittura si può dire che con il fratello Francesco ha ereditato i geni dalla madre la nota filologa e scrittrice italiana Enza Buono.

Esordisce nella narrativa nel 2002 con Testimone inconsapevole (Premio del Giovedì “Marisa Rusconi”, Premio Rhegium Julii, Premio Città di Cuneo, Premio Città di Chiavari), creando il personaggio dell’avvocato Guido Guerrieri, protagonista dei romanzi Ad occhi chiusi (2003, Premio Lido di Camaiore, Premio delle Biblioteche di Roma e “Miglior noir internazionale dell’anno 2007” in Germania secondo una giuria di librai e giornalisti), Ragionevoli dubbi (2006, Premio Fregene e Premio Viadana 2007, Premio Tropea 2008), Le perfezioni provvisorie (2010, Premio Selezione Campiello), La regola dell’equilibrio (2014) e La misura del tempo (2019, finalista Premio Strega 2020).

Il Maresciallo dei Carabinieri Pietro Fenoglio è il protagonista di un’altra serie di romanzi: Una mutevole verità (2014, Premio Scerbanenco), L’estate fredda (2016) e La versione di Fenoglio (2019).

 

La manomissione delle parole (2010) edito da Rizzoli si apre con una spiegazione gentile sulla genetica del saggio. L’Autore, a dire il vero, rivolge, con raffinato garbo, delle vere e proprie scuse al lettore per la scelta fatta di spiegare l’origine del libro, rimandando ad un proprio romanzo Ragionevoli dubbi.

Il pamphlet si muove su un progetto di scrittura ben congegnato; molti i rinvii ad importanti intellettuali, letterati, giuristi, filosofi; dai più vicini Primo Levi, Gustavo Zagrebelsky, Enzo Golino, Nadine Gordimer, John Rawls, Albert Camus ai più lontani Tucidide, Sallustio, Platone, Aristotele e Dante un viaggio nella “lingua italiana” in una carrozza di “prima classe” ornata di specchi, dove sembra riflettersi, l’amabile narrazione di Gianrico Carofiglio.

Chiamare le cose con il loro nome’ è un gesto rivoluzionario, dichiarava Rosa Luxemburg ormai un secolo fa. Quanto è vero questo aforisma se rapportato a due esempi indimenticabili del cinema italiano: In Divorzio all’italiana (1961), la moglie del barone di Cefalù gli spiega che lo scopo ultimo della vita è l’amore: «Se non si amerebbe, noi appassiressimo, Fefè», in C’eravamo tanto amati (1974), la figlia del palazzinaro miliardario in lire dice alla madre che per dimagrire non mangia «idrocarburi».

Il poeta Greco Ghiannis paragonava le parole ‘a vecchie prostitute che tutti usano, spesso male’.

Compito di un poeta, di un intellettuale, di un Cultore della lingua è quello di restituire la verginità, senso, dignità e vita alle parole e per fare questo occorre smontarle e rimontarle, solo così secondo Carofiglio possiamo sublimare l’esperienza compiuta e dare un senso nuovo al nostro passato, al presente e al futuro, come singoli e come collettività solidali.

Leggendo Carofiglio si arriva alla conclusione che: se è vero come è vero che, le lingue si evolvono, i significati si modificano, si ampliano e talvolta anche si ribaltano: parafrasando Nietzsche, le parole sembrano piegarsi alla volontà di potenza di chi le usa, occorre comunque trovare un limite alla libertà creativa dei parlanti.  E’ per lo meno opportuno elevare una paratia semantica, selezionare un minimo di accordo, individuare un criterio condiviso, se non si vuole cadere nell’anarchia linguistica e quindi nell’incomunicabilità. E questo criterio condiviso quale può essere se non il rispetto dei valori semantici racchiusi nell’etimo, in coerenza con i quali si sono prodotte nel tempo – e ancora in futuro si potranno produrre – i vocaboli di una medesima famiglia lessicale?

L’Autore superato il verbo che principia ogni ragionamento passa sotto la lente cinque parole, in particolare: vergogna, giustizia, ribellione, bellezza, scelta, legate fra loro in un itinerario concettuale ricco di suggestioni.

La riflessione di Carofiglio per quanto sempre elegante non sconfina mai nell’eccesso dell’erudizione, parafrasando Guccini l’Autore sembra praticare il make – up a metonimie erranti; offre al lettore le chiavi per entrare dalla porta principale del suo ragionamento ed entrandovi dentro, di sostare, incuriosendosi sempre più dei dettagli, senza imposizioni e binari rigidi.

L’epilogo del saggio non poteva non essere rivolto alle parole del diritto; da “colto sul fatto”, Carofiglio lancia una requisitoria che non ammette appello su un linguaggio spesso avulso dalla realtà, tendenzialmente, barocco, intriso di una retorica stantia, un inelegante burocratese, parole vendute a peso prive di pregio e di qualità sostanziale su una bilancia quella della giustizia piuttosto malconcia.

Buona lettura.

 


 

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