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LA CONSULTA SCATENA UNA SVOLTA: NULLITÀ DEI LICENZIAMENTI ESTESA! ECCO COSA CAMBIA

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LA CONSULTA TORNA SUL JOBS ACT E PERSEVERA NELL’OPERA DI DEFORMAZIONE DELLA RIFORMA IN TEMA DI LICENZIAMENTI: LA NULLITÀ SCATTA ANCHE NEI CASI NON ESPRESSAMENTE PREVISTI.

Con Sentenza n. 22/2024 (depositata il 22 febbraio) la Corte Costituzionale si è pronunciata, ancora una volta, sul D.Lgs. 23/2015 (noto come Jobs Act).

La pronuncia prende in esame una questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte di Cassazione Sezione Lavoro (ordinanza del 7 aprile 2023 – reg. ord. n. 83 del 2023), con riferimento all’avverbio “espressamente” riferito ai casi di nullità del licenziamento previsti dalla Legge, per eccesso di delega: il Governo nell’esercitare il potere legislativo conferitogli dal Parlamento non si era attenuto correttamente al criterio diretto ricevuto dalla legge di delega (art. 1, comma 7 lettera c) della Legge n.183/2014).

Il punto nodale della questione è rappresentato dal regime sanzionatorio applicabile a fronte di un licenziamento nullo, cioè a dire quello rappresentato dalla sanzione più forte (la reintegrazione nel posto di lavoro oltre al risarcimento del danno) ovvero quello rappresentato dalla sanzione più lieve (il solo indennizzo economico).

La norma oggetto di censura, ossia l’art. 2, comma 1 del D.Lgs. 4 marzo 2015, n. 23, limitatamente alla parola “espressamente”, proteggeva la sanzione più forte (la reintegra) solo se la nullità del licenziamento fosse espressamene prevista da una norma di legge (nullità testuale). Restavano, pertanto, fuori i casi di licenziamenti contrari alla legge, purtuttavia privi di una espressa qualificazione come nulli, sebbene comminati in violazione di una norma imperativa (nullità virtuale ex art. 1418 comma 1 c.c.).

Orbene, muovendo innanzi tutto dall’interpretazione della legge di delega, secondo la Consulta si rileva la mancanza

“[…] della distinzione tra nullità “espressamente” previste e nullità conseguenti sì alla violazione di norme imperative, ma senza l’espressa loro previsione come conseguenza di tale violazione […]”. Il prescritto mantenimento del diritto alla reintegrazione è contemplato per i “licenziamenti nulli” tout court, “[…] laddove una eventuale distinzione, inedita rispetto alla disciplina previgente dei licenziamenti individuali, avrebbe richiesto una previsione (questa sì) espressa […]”.

Secondo la Corte Costituzionale, pertanto,

“[…] il legislatore delegato, con la limitazione dell’ambito applicativo dell’art. 2, comma 1, del d.lgs. n. 23 del 2015 ai licenziamenti per i quali la nullità è espressamente prevista, ha dettato una disciplina la cui incompletezza conferma la sua incoerenza rispetto al disegno del legislatore delegante […]”.

Ciò in quanto sono rimasti privi di regime sanzionatorio le fattispecie di licenziamenti nulli privi della espressa (e testuale) previsione della nullità, i quali per un verso, non avendo natura “economica”, non possono rientrare tra quelli per i quali la reintegra può essere esclusa, ma, per altro verso, in ragione della disposizione censurata, non appartengono a quelli per i quali questa tutela va mantenuta, senza che ad essi possa alternativamente applicarsi la tutela indennitaria, di cui al successivo art. 3, che riguarda le diverse fattispecie dei licenziamenti privi di giustificato motivo, soggettivo e oggettivo, o dell’art. 4, che opera in relazione ai soli vizi formali e procedurali riconducibili al requisito di motivazione di cui all’art. 2, comma secondo, della legge n. 604 del 1966 o alla procedura di cui all’art. 7 statuto lavoratori.

In sostanza il legislatore delegato non poteva procedere ad alcuna “specificazione” nell’ambito della fattispecie del licenziamento nullo. Invece ha distinto le ipotesi di nullità espressa rispetto a quelle di nullità non espressa, ma, nel contemplare la tutela reintegratoria per le prime, nulla ha invece previsto per le seconde.

Il ragionamento della Consulta segna un punto a favore del codice civile, che si impone sulla legislazione speciale, sicché la nullità del licenziamento e l’obbligo di reintegrazione nel posto di lavoro si espande anche verso ipotesi di nullità non testuali, bensì virtuali, cioè a dire quando la condotta datoriale perpetra una violazione di norme imperative (salvo che sia diversamente disposto). Il regime generale della nullità comporta che l’atto nullo (quindi il licenziamento inteso quale atto unilaterale ex art. 1324 c.c. cui si applica la disciplina generale del contratto) non produce effetti e dà luogo al ripristino della situazione precedente (cioè la reintegra nel posto di lavoro).

Con questa sentenza la Corte Costituzionale riporta ordine nel sistema, nell’ottica di una corretta interpretazione del rapporto tra regola ed eccezione, sicché un licenziamento lesivo di una norma imperativa (ex art. 1418 comma 1 c.c.) deve essere considerato nullo (regola), salvo che non sia la legge a prevedere una sanzione diversa (eccezione).

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