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L’INGANNO

Tempo di lettura: 4 minuti

di Alessandro Barbano

L’INGANNO

Antimafia. Usi e soprusi dei professionisti del bene.


Alessandro Barbano giornalista e saggista. Il suo percorso professionale inizia alla fine degli anni ’70 al Quotidiano di Lecce, e da qui a La Gazzetta del Mezzogiorno, a La Gazzetta dello Sport, dove dal 1989 è capo dell’edizione Campania, a Il Mattino, dove lo chiama nel 1993 Sergio Zavoli con l’incarico di vicecaporedattore, poi di nuovo al Quotidiano di Lecce-Nuovo Quotidiano di Puglia, dove è per sei anni, dal 1994 al 1999, vicedirettore, infine a Il Messaggero, dove in tredici anni è capo dell’edizione Marche, capocronista a Roma, responsabile delle edizioni regionali, capo del servizio Interni e da gennaio 2008 vicedirettore, fino alla nomina a direttore de Il Mattino. È autore di saggi dedicati a temi di carattere politico e sociale: La Visione (Mondadori 2020), Le dieci bugie (Mondadori 2019), Troppi diritti (Mondadori 2018), Dove andremo a finire (Einaudi 2011), Degenerazioni: droga, padri e figli nell’Italia che cambia (Rubbettino 2007). Al giornalismo ha dedicato Professionisti del dubbio (Lupetti-Manni editore 1997), L’Italia dei giornali fotocopia (Franco Angeli 2003), e Manuale di giornalismo (Laterza 2012).

 

Il pamphlet si muove su un progetto di scrittura ben congegnato; molti i rinvii ad importanti pronunce giurisprudenziali della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo spesso in netto contrasto e/o letteralmente contraddette da pronunce giurisprudenziali domestiche, nonché a commenti e critiche di importanti intellettuali italiani, pubblicati nel corso degli ultimi anni.

Il lettore affronta un viaggio “nell’Antimafia” in una prospettiva “pseudo-emozionale” in una carrozza di “seconda classe” ornata di specchi, dove sembra riflettersi, la narrazione di Alessandro Barbano.

L’Autore condanna senza appello l’Antimafia, che, a suo modo di vedere, si è trasformata in una sorta di “spazio elitario”, dove coltivare ambizioni personali e professionali seppur all’ombra di nobilissime intenzioni ed aspirazioni di contrasto alla criminalità organizzata e alla corruzione.

Da qui, il titolo del saggio: L’Inganno. Altrettanto eloquente il sottotitolo: Antimafia. Usi e soprusi dei professionisti del bene, che sembra richiamare il noto adagio di Sciascia, quella critica ai “Professionisti dell’Antimafia”, che tanto cara costò al famoso scrittore siciliano e che Barbano richiama nella sua opera quale ombrello protettivo di cui, però, intende non servirsene.

Barbano sembra tenere una contabilità dei tanti errori e dei molti misfatti che si sono consumati in nome della lotta alla mafia in questo Paese. Fin troppa aspra la critica, per quanto ancorata ai fatti, senza fronzoli retorici, sulle carriere, sui benefici, sulle rendite, sulle risorse pubbliche e private che sono state, tante volte, saccheggiate a beneficio di opache strutture e di carrozzoni burocratici.

Senza mezzi termini, un vero e proprio strale sembra abbattersi su LIBERA di Don Luigi Ciotti:

…Ci sono sedicenti associazioni, finanziate con denaro pubblico, che organizzano l’inaugurazione della sede e magari la presentazione di un libro e poi chiudono per il resto dell’anno, in attesa della nuova tranche di sostegno pubblico. È un universo opaco, falsamente rischiarato dai flash accecanti della retorica antimafiosa. Nella quale un’associazione su tutte esercita un’influenza che, come vedremo più avanti, somiglia a un monopolio morale: Libera. È una galassia che coordina più di 1.600 realtà nazionali e internazionali impegnate in vario modo nella promozione della legalità. Far parte di questo circuito vuol dire nei fatti disporre di una patente di legittimazione che vale quanto un diritto di prelazione sull’affidamento dei beni confiscati. Nessuna istituzione oserebbe mettersi contro Libera: chi ci ha provato se ne è pentito.

La pluralità di domande sollevate dal saggio sembrano comporre un mosaico di inquietudini, quest’ultime generanti il ricorso sistematico ed eccessivo al limite dell’abuso dello <<stato di eccezione>>. La <<regola dell’emergenza>>, nel corso del tempo, ha instaurato un dispositivo economico-legalitario, che nel nome della paura – antica fonte di ogni potere, soprattutto dispotico – genera una forma di totalitarismo applicato a una società complessa, plurale, anelante protezione e sicurezza e pronta per questo a sacrificare facoltà e diritti fondamentali.

Risulta, infatti, che la contingenza, si pensi a quanto accaduto con la recente pandemia, presti il fianco all’arbitrio di leggi provvedimento o di decreti legge, da convertire in legge. Purtroppo a convertirsi sono le leggi e non gli uomini, che in assenza di conversione e/o convergenza rischiano di sbattere davanti all’autoritarismo di ritorno. Quando sbatti ti fai sempre male, anche se hai una <<Sana e Robusta Costituzione>>. Il problema è quindi il “complesso di E-dopo” con buona pace di Edipo, che è rimasto, come ciascuno di noi, a casa in quarantena.

Barbano, “colto sui fatti”, da garantista della prima ora, propone una contestazione ragionata e tecnica, sicuramente, scevra dalle tossine di un ambiente ostile o peggio colluso, ad un “Antimafia” troppo spesso da salotto e autoreferenziale, che, a partire dalla gestione dei beni confiscati, ha dimostrato più di qualche pecca nella capacità di recuperare al mercato, beni, esperienze e capacità produttive che con l’ingresso dello Stato si sono dimostrate più che altro delle occasioni perdute per sempre, dei veri propri fallimenti.

Da aderente a Libera da ormai alcuni lustri, mi sono accostato alla lettura del saggio con qualche riserva; ho trovato alcune critiche eccessivamente aspre, poiché poco rispettose della passione dei tanti, tra i quali mi iscrivo, (i più) che, all’interno del terzo settore, svolgono su base volontaria, occupando il proprio tempo libero, sottratto ai propri affetti e senza alcun ritorno personale, per predicare e, soprattutto, praticare i valori della legalità e solidarietà e i suoi corollari della non violenza, rispetto dell’ambiente e delle diversità.

Qualche piccola amarezza, tuttavia, non cancella i meriti di questa lettura, che mi ha permesso di disancorarmi da molte presunte “certezze” maturate sui temi dell’Antimafia nel corso del tempo e tornare a coltivare il “dubbio” che non esiste una verità assoluta in nessun campo; per cui aveva ragione Vyshinskij, procuratore generale dell’ Unione Sovietica, che a proposito dei fondamenti del diritto sovietico riteneva fossero tutti basati su questo principio:

non esiste la verità, esiste <l’utile politico> e la verità è il riflesso dell’utile politico.

 

Buona lettura

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