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L’AVVOCATO NECESSARIO

Tempo di lettura: 3 minuti

di Fulvio Gianaria e Alberto Mittone

L’AVVOCATO NECESSARIO

 

Fulvio Gianaria  e Alberto Mittone vivono e lavorano a Torino, dove svolgono l’attività di avvocato penalista. Insieme hanno pubblicato tra l’altro: Dalla parte dell’inquisito (il Mulino 1987), Giudici e telecamere (Einaudi 1994),  e Culture alla sbarra (Einaudi 2014). Loro articoli e saggi sono apparsi su «La Stampa», «Il Sole 24 ore», «la Repubblica», «Micromega», «Questione Giustizia».

 

Il saggio si apre e si concentra su un interrogativo: “L’avvocato è necessario??”

Ma se questa è la domanda centrale, ve ne sono molte altre che caratterizzano il perimetro del saggio dei due giuristi, ossia: “E se l’imputato vuole accusare anziché difendersi? Ma a favore di chi opera l’avvocato? A chi è utile?”

La risposta agli interrogativi citati appare convincente perché riviene da uno studio approfondito, che ha un dono ulteriore quello della sintesi ed uno stile narrativo che si apre alla ironia e non abusa di artifizi retorici.

Un processo agli avvocati. Ai vituperati «assassins en robe noire» di volterriana memoria. Tanti i riferimenti alla storia, alla filosofia, alla letteratura e alla cinematografia, cosi come la comparazione con sistemi giudiziari differenti quello europeo e italiano, in particolare, con quello degli Stati Uniti.

Particolarmente interessante l’assunto per cui: “All’avvocato si richiede anche di adempiere ad una funzione sociale di mediazione tra cittadino e Stato, in un’attività di filtro nei confronti delle pretese, delle istanze e dei tentativi di fuga scorretta dalla giurisdizione da parte del singolo”. Ed ancora è possibile individuare “un ruolo anfibio che galleggia tra l’interesse pubblico e quello privato e che deve rispondere a pretese spesso confliggenti.”

Il tema della doppia lealtà al proprio assistito e alla legge viene indagato dagli autori con scrupolo.

L’avvocato è diviso tra l’interesse del cliente e la dimensione pubblico-giudiziaria. Il dovere di agire per la tutela del proprio assistito anche quando è imputato del reato più inaccettabile, al contempo, non implica l’abiura all’aspettativa di una giustizia efficace ed imparziale come cittadino.

A suffragare il ragionamento soccorre l’avvocato Guerrieri, protagonista del romanzo di Gianrico Carofiglio Testimone inconsapevole: “Tu credi che sia innocente?. Non lo so, non è problema mio. Ci tocca di difenderli meglio che possiamo, sia innocenti che colpevoli. La verità, se esiste, la devono trovare i giudici. Noi dobbiamo difendere gli imputati” (Sellerio, Palermo 2002, p. 181).

La toga si presenta, quasi, come un ossimoro per cui non è mai facile da indossare. La difesa dell’assistito non può tradursi in un coinvolgimento emotivo, anzi, l’indifferenza emotiva, il distacco sono condizioni tecniche necessarie per difendere chiunque da qualsiasi reato.

Mi sento di condividere l’epilogo, a proposito della sensazione che il mito stia svanendo, poiché, l’avvocatura sembra aver smarrito un’ identità nobile e forte ed ecco che in tali casi c’è bisogno di figure eroiche, ma soprattutto di esempi che illuminano il percorso forense di ognuno di noi, un nome tra tutti: Giorgio Ambrosoli.

Buona lettura.

 


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