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IL VERSO ‘SPORCO’ E L’ANIMA LIMPIDA

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Tempo di lettura: 5 minuti

di Beppe Costa, dal testo “DALL’ALTRA PARTE DELL’ORIZZONTE”

IL VERSO “SPORCO” E L’ANIMA LIMPIDA

È il ritorno alla poesia di Beppe Costa – il noto scrittore, poeta ed editore romano – il testo interamente curato da Vito Davoli dal titolo DALL’ALTRA PARTE DELL’ORIZZONTE, recentemente pubblicato e già in fase di ristampa. Una raccolta di inediti in cui il poeta pugliese ha potuto spaziare fra oltre cinquant’anni di produzione letteraria dell’autore catanese prima e romano d’adozione poi, operando scelte spesso difficili ma sempre finalizzate all’architettura finale, definita una sorta di montagna russa emozionale, così come esplicitato nel testo che segue.

 

IL VERSO ‘SPORCO’ E L’ANIMA LIMPIDA

Talvolta si sbottona la camicia per aprirla con calma. Talaltra la strappa via con rabbia. In entrambi i casi ciò che conta, ogni qualvolta la penna si avvicina al foglio per farne poesia, è la caparbia, temeraria e passionale volontà di Beppe Costa di mostrare il petto, di aprirlo, se potesse, perché ne venga fuori ben visibile il cruore dell’anima.

E quegli atteggiamenti così diversi – talvolta calmo e meditabondo o, al contrario, impetuoso e istintivo – si traducono in stile: nella scelta di registri e linguaggi che accompagnano il profondo sentimento che si respira all’interno di ciascun singolo componimento.

Così il linguaggio si fa misurato ed attento in quelle circostanze nelle quali il poeta medita, osserva e riflette “sbottonandosi la camicia” con la tranquillità di un gesto quasi quotidiano:

 

si rannicchia, o meglio, s’accartoccia

occupando meno spazio che può

quasi certo che quel sordo rumore

lo porterà via prima dell’alba

stupisce al mattino l’arrivo del sole

e lo ritrova ancora vivo

Altre volte, invece, quel linguaggio diviene irriverente e quasi volutamente ‘scarabocchiato’ dalla rabbia di ritenere sempre insufficiente l’inchiostro nero a rivelare tutte le sfumature dello spettro dei colori del sentire. “Puttanesco” e “contro-riformistico” lo definisce il suo caro amico Dario Bellezza[1] e ancora sul linguaggio si sofferma anche il critico Vittoriano Esposito che, nel suo volume L’altro Novecento nella poesia italiana[2], in riferimento alla prima produzione di Costa, da un lato evidenzia come una parte della produzione del Nostro «sia eccessivamente esposta alle impurità letterarie e ideologiche della cosiddetta oratoria civile» ma dall’altro non può non riconoscere che «è capacissimo di alleggerire il peso delle urgenze morali restituendo alla pagina una levità di pensiero che fa tutt’uno con la levità d’immagini».

E levità non vuole certo significare leggerezza o superfi-cialità. Al contrario, ciò che si respira nella produzione di Costa è una vera e propria urgenza comunicativa la cui “ferocia” e il cui impeto spesso fa pagare proprio al verso accademicamente inteso il prezzo di un “caos” e di una rabbia che tante volte è la traduzione strutturale di un contenuto non detto. Insomma, l’uomo Beppe è puro sentimento e il poeta Costa cerca in ogni modo di trovare o costruire la strada giusta attraverso cui quel sentimento possa giungere nella sua forma più chiara e comunicativa possibile al lettore, protagonista di un rapporto privilegiato che non lo relega mai a passivo spettatore di uno sfogo altrui.

nascondo e sottraggo ai versi la parola

stretta allo stomaco pur di non scriverla

implode dentro ne innesca tante altre

inutili confronti per evitarla, caro lettore

Il lettore, in quanto destinatario dei versi e degli scritti è la forza vitale e motivazionale di una produzione così intesa; anche quando il tema dei versi è l’amore fin nelle sue sfumature più intime. Il poeta non sta dipingendo né sta dando vita a uno sfogo: sta comunicando un’esperienza sentimentale nel “semplice” perimetro della condivisione. Mai didascalico, non ha né vuole una cattedra: preferisce entrare dentro le cose e l’anima senza il timore di doverla dilaniare quand’è necessario, senza raccontarsi né raccon-tare mai frottole sedative ma affrontando a viso aperto anche il dolore perché è quello il solo modo di rapportarsi ad esso. E così “sporcare” il verso non è che un’inevitabile riflesso condizionato di chi non teme di sporcarsi le mani ficcandole dentro le pieghe dell’anima, né di sporcarsi i piedi se è il caso di camminare nel fango.

abbandonate le parole accattivanti

le complicate, le frasi spezzate

ne ho considerate altre, quelle semplici

che bucano ai sensibili il ventre

basta poco fiato per dirle ma più coraggio

Beppe è armato di una sincerità disarmante e non so dire se sia una scelta o la naturale propensione della persona. In un caso o nell’altro, avendo il privilegio di conoscerlo personalmente, credo di poter dire che non è importante semplicemente perché non ci sarebbe stata comunque un’opzione differente dalla sincerità. Così come credo, altrettanto, che la sua poesia sia naturale sposalizio di entrambe.

Quando da lui ho ricevuto il compito di curare questa nuova silloge poetica che raccolga inediti lungo tutto il suo percorso letterario, confesso che, oltre il privilegio di adempiere a un compito di questo tipo, mi sono da subito scontrato con la difficoltà di fare sintesi di una carriera lunga, variegata e ricca di mille sfumature. La conoscenza e l’amicizia personale di cui mi fregio, mi hanno aiutato ad entrare non solo nel suo universo ma nel suo persona-lissimo modo di osservarlo e, così, vederlo tradotto in letteratura. In poesia.

La conclusione – piuttosto ovvia – non poteva che essere una: restituire a Beppe la stessa sincerità con la quale ha caratterizzato la poesia, la produzione letteraria tutta e l’impegno editoriale, civile e umano che nel corso dei decenni ha regalato a chi lo ha letto e seguito.

Ci siamo costantemente confrontati anche con Marco Cinque, autore della prefazione che segue e che sottoscri-verei parola per parola, fin nella punteggiatura. Ma non vorrei ripetermi e allora provo a sintetizzare quelle riflessioni, impressioni e sensazioni che nel corso della lettura delle sue opere ho trovato progressivamente confermate e portate alle estreme conseguenze quanto più si è spinta avanti nel tempo (e non solo nel tempo) la sua produzione.

Beppe è poeta vero che non teme di dire la verità né di farlo nel modo più “discutibile” possibile. Spiazzante e provocatorio riesce a fare dell’ironia una misura e della provocazione una seria sfida, forte – com’è – della consapevolezza della sua sincerità. È poeta vero non tanto e non solo perché così lo consideravano e lo considerano personalità del calibro di Dario Bellezza, Anna Maria Ortese, Adele Cambria, Marta Marzotto, Dacia Maraini, Barbara Alberti, Jack Hirschman, Antonino Caponnetto, Arnoldo Foà, Mauro Macario e tanti altri che non sto qui a citare, ma anche e soprattutto perché declina quel binomio che ha sempre caratterizzato la sua produzione, amore e morte (e che ha portato la critica a definirlo l’ultimo dei romantici), nelle mille forme e toni e colori che le diverse stagioni della vita gli hanno suggerito e a cui talvolta lo hanno obbligato. Una vita a cui Costa ha aderentemente e convintamente uniformato la sua vocazione poetica a disprezzo del conto che questa gli ha presentato: poesia e vita nella sua esperienza umana coincidono perfettamente.

Questo ha generato una sorta di oscillazione tonale ed espressiva fatta, più che di onde, direi di picchi come in una sorta di montagna russa che è ciò che qui, nella selezione di questi inediti ho cercato e voluto salvaguar-dare. Ai quali evidentemente di tanto in tanto ho scelto di aggiungerne anche qualcuna (poche, per la verità) delle già edite, non per mancanza di materiale (al contrario, la selezione è stata lunga e impegnativa e ho scelto di non citare neppure le fonti da cui le edite provengono) ma per fornire un tessuto connettivo alla scelta, per esempio, di non usare capitoli o divisioni tematiche ma di lasciar fluire il fiume lirico di Costa così come naturalmente si propone, fra la calma e la baluginante limpidezza del rivolo pacifico e la tempestosa e spumosa fragorosità del torrente in piena. Ho creduto giusto riproporre e, se possibile, evidenziare ed esaltare in tutto il suo fascino rivoluzionario e in tutta la sua compostezza etica e umana quella sincerità con la quale Beppe si approccia al foglio bianco.

Sembrerebbero ossimori inconciliabili ma è proprio da qui che si parte per ritornare a quanto scritto inizialmente: fatto cento della consapevolezza personale del poeta, urge la comunicazione e la condivisione con il lettore in un atto di amore umano nel quale Beppe Costa non si risparmia né si è mai risparmiato.

E allora si apre la camicia con calma o la strappa via con rabbia perché ciò che comunque conta è la caparbia, temeraria e passionale volontà di Beppe Costa di mostrare il petto, di aprirlo, se potesse, e di lasciare che sia l’anima a cantare. Tutte ma proprio tutte le note possibili.

[1] Cfr. pag. 99

[2] V. Esposito, L’altro Novecento nella poesia italiana. Critica e testi, VOL.I, Bastogi 1995

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