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I GIORNI FELICI

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Tempo di lettura: 3 minuti

di Teresa Ciabatti

I GIORNI FELICI

 

Occorre dirlo subito: la protagonista del romanzo è un’antipatica circondata da personaggi che non suscitano benevolenza. Eppure proprio grazie a questo lo scopo narrativo dell’autrice sembra raggiunto: fare un affresco tanto graffiante quanto ironico dell’alta borghesia italiana a cavallo tra il XX e il XXI secolo. Al centro della storia è Sabrina Mannucci, la quale racconta in prima persona la propria vicenda di bambina prodigio a partire dal 1978, quando tenta di fare riconoscere universalmente il suo talento, sostenuta e affiancata dal padre Riccardo. Sullo sfondo di queste vicende si delinea la squallida vanità del bel mondo della capitale tra circoli selettivi, feste esclusive, oggetti iconici in edizione limitata, ma anche rapporti utilitaristici e smania di attenzione.

 

Insomma al centro di I giorni felici c’è la generazione degli adulti di oggi, che sono stati cresciuti da genitori indulgenti e allevano a loro volta figli viziati, frustrati, inetti.  È la generazione dello spettacolo televisivo, della modernità liquida ampiamente discussa dal sociologo Zygmunt Bauman, in cui ognuno si sveglia al mattino cercando la strategia per soddisfare il proprio ego.

Di questo velenoso ambiente la protagonista è il prodotto più evidente. Sabrina vuole diventare la Shirley Temple italiana, sogna di essere Dora Moroni, di avere il plauso di Corrado Mantoni, di ricevere i complimenti di Cino Tortorella. Arriva addirittura a invidiare la sorte di Cesare Casella e di Alfredino Rampi che hanno avuto gli onori delle cronache per tanti giorni. Sabrina giunge al punto di immaginare di essere anche lei vittima di un rapimento o di una sciagura, pur di avere l’attenzione dei giornali. Ma il mondo crudele sembra non riconoscere i suoi ineguagliabili meriti. L’unico a comprendere veramente Sabrina è il padre, un altro personaggio chiave del romanzo.

Riccardo Mannucci è un uomo affascinante, maturo, con un importante incarico direttivo in RAI,  che ostenta una sicumera pari solo alla sua scarsa percezione della realtà. La sua faccia tosta  non trema nemmeno di fronte a Ettore Bernabei, il direttore generale: gli scrive una lettera di raccomandazione e  gli va incontro un giorno pensando di essere ricordato, tranne restarci malissimo quando si accorge che Bernabei non lo riconosce affatto.

I giorni felici è un romanzo che rappresenta la spettacolarizzazione della vita, anche la spettacolarizzazione del dolore e della morte in un’epoca precedente a quella dei social. Il programma Chi l’ha visto entra in scena come il preferito del padre Riccardo, come un palcoscenico di perenne attesa, dove fanno la loro apparizione Denise Pipitone, Natascha Kampusch, Tommaso Onofri, Francesco e Salvatore Pappalardi, vittime del voyerismo e dell’esaltazione del pubblico, che trova  il dolore attraente seppur raccapricciante.

I personaggi del libro restituiscono in qualche modo un senso di inadeguatezza che tuttavia li rende molto umani e autentici. Tutti i caratteri possono apparire un po’ estremizzati, ma si percepisce che Teresa Ciabatti conosce bene il mondo di cui parla e molti degli aspetti messi in evidenza sono riferiti in chiave autobiografica, com’è già accaduto in altri dei suoi libri come La più amata.

La scrittura rimuove quel sottile strato di apparente normalità che occulta le idiosincrasie, le manie, le debolezze della vita quotidiana.  Il lettore non può che deplorare quegli atteggiamenti, ma finisce per riconoscervisi perché anche quei comportamenti così disturbanti appartengono prima o poi a ognuno. Verso la fine del romanzo i personaggi sembrano riconciliarsi con i buoni sentimenti, persino giungere alla bontà, ma il finale non sarà scontato, neppure di fronte a una circostanza estrema come la morte. Si tratta dunque di una storia vera? Per molti aspetti sicuramente sì, ma anche di una storia piena di fantasia, come lo è la vita reale.

Buona lettura.

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