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GRANDE MERAVIGLIA

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La vicenda dell’ultimo romanzo di Viola Ardone “Grande meraviglia” si apre nel 1982.

La legge Basaglia è stata promulgata da quattro anni, ma i manicomi non sono stati ancora chiusi: esistono luoghi in cui si utilizzano l’elettroshock e il coma insulinico per la contenzione dei pazienti, dove vengono rinchiusi coloro che sono considerati folli dalla società perché non si sono adeguati alle regole della morale corrente.

Il “Fascione” è uno di questi luoghi, un “mezzomondo” dove il tempo è sospeso, un posto terribile e rassicurante, un territorio sconfinato e angusto allo stesso tempo.

Qui è nata Elba, dopo che sua madre vi è stata rinchiusa da un marito che voleva liberarsi di una presenza scomoda, e qui la ragazza trascorre tutta la sua vita, inconsapevole dell’esistenza dell’altra metà del mondo.

La sua voce narrante parla attraverso le pagine del “Diario dei malanni di mente”, nel quale Elba racconta il suo universo con ironia, leggerezza e autentico realismo: “Noi matte siamo piante con le radici in vista, quello che è sotto si  vede anche da sopra”.

La seconda voce narrante è quella del dottor Fausto Meraviglia, un giovane psichiatra che arriva al Fascione  con l’entusiasmo del rivoluzionario che vuole trasformare quell’inferno in purgatorio.

Le vite dei due protagonisti si incontrano e si intrecciano a quelle di altri personaggi che popolano le pagine del romanzo e delineano vari aspetti di un’umanità sfaccettata, che suscita orrore e pietà insieme. Ognuno dei essi corre verso una meta esistenziale diversa: la realizzazione personale, la guarigione, l’abisso, la delusione, la consapevolezza.

Non è semplice trattare il tema della malattia mentale senza essere uno specialista del campo e senza il retroterra scientifico che un tema così complesso forse richiede.

È sempre in agguato il rischio di scivolare in un facile sentimentalismo o nel luogo comune secondo il quale basterebbe solo un po’ d’amore per far guarire dalla follia. Viola Ardone si avventura su questo impervio sentiero, munita di uno sguardo acuto ma mai moralista e giudicante.

L’autrice ci fa scrutare con delicatezza tra le feritoie di quel mondo sospeso, non solo per indagare le conseguenze della chiusura dei manicomi, ma soprattutto per comprendere  che cosa sia effettivamente giusto per i pazienti psichiatrici, i quali spesso sono rimasti intrappolati in quel limbo per sempre.

Così riesce a dar vita a un romanzo che cattura l’essenza dell’amore e del dolore, della ricerca faticosa di un senso, che accomuna tutti gli esseri umani. Il significato ultimo che porta con sé questo libro consiste forse nel fatto che nessuno sfugge a una vena di follia o di fragilità.

Tutte queste vicende sono riversate sulla carta con garbo e delicatezza, con una scrittura fluida ma sempre rispettosa, in punta di piedi. Anche i personaggi più folli, brutti, sporchi, impertinenti sono tratteggiati con uno stile netto e preciso,  veritiero e rigoroso, delicato e solidale. Una meraviglia.

Buona lettura.

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