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FACCIA A FACCIA COL VERSO

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Vito Davoli

FACCIA A FACCIA COL VERSO

Tre poetesse contemporanee a confronto

Non recensiremo un testo in questo intervento ma ci piace metterci di fronte alla poesia – e non necessariamente quella di grandi nomi della storia della letteratura – proprio per cercarne di carpirne sfumature, senso e possibilità di lettura e letture di un testo poeticamente elaborato.

Si sono scelte in questo caso tre liriche di poetesse contemporanee viventi che si è avuto modo di incrociare nelle innumerevoli letture con le quali ci si confronta.

Né casuale è la scelta di tre poetesse donne, data la particolare giornata che le vede al centro di una giusta e sacrosanta battaglia che riconosca a loro quanto neppure dovrebbe essere discusso a loro appartenga!

Proviamo così a immergerci nei loro versi e nei loro universi, nell’osservare e nel sentire, nell’elaborare e nel ricreare, nella loro ricettività e nella loro sensibilità perché dopotutto un poeta, quando è sincero, non fa altro che offrire se stesso e tutto ciò che tale lo rende.

 

SONO DI PIETRA
di Patrizia Amalfi

 

Riconosco i suoni della quiete

e le voci argentine che bucano il tempo,

non chiedo e sbaglio direzione.

Come vortice s’avvitano i miei anni

legati ai bottoni

ai lacci delle scarpe

allo scialle fatto a mano

per i giorni di primavera

quando si usciva in fretta

e si tornava tardi

ubriachi di vita.

Cerco e scavo a mani nude,

assetata di benevolenza

lascio che le dita interrate

sfiniscano l’eco

di un rintocco di vita

depositato nel labirinto del cuore.

Eppure

da lontano

un vento insolente

solleva il velo dal petto

a mostrare i miei occhi di pietra

impigliati ai rovi del passato.

Del senso e del nonsenso

raccatto gli estremi tentativi

di una ragione che non ha più ragione.

Ed è silenzio

 

Convincente è innanzitutto la struttura ritmica e sonora della lirica, che dona al verso una musicalità naturale ben armonizzata attraverso il sapiente uso di assonanze, allitterazioni e richiami fonetici sparsi (vortice / s’avvitano; lacci / scialle / usciva ecc…).

Anche sul piano ritmico, il metro dominante dell’incipit, non abusato in modo regolare e iterativo, viene contratto ed esteso intelligentemente alternandolo al verso ipermetro o ipometro a seconda di quanto detti la scala emotiva, in crescendo o in decrescendo, fino alla soluzione in cesure ritmiche che favoriscono una pausa riflessiva necessaria, visto anche il fascino del tema affrontato (Eppure / da lontano / un vento insolente / solleva il velo dal petto / a mostrare i miei occhi di pietra / impigliati ai rovi del passato).

Una certa originalità di immagini (gli ultimi due versi appena citati, per esempio, come anche: lascio che le dita interrate / sfiniscano l’eco / di un rintocco di vita) ben si coniugano ed anzi esaltano non tanto e non solo la percezione e il senso del tempo nel suo scorrere quanto su ciò che resta dopo che è già passato.

È attorno a quel momento che si snoda e si costruisce l’intero componimento che non a caso nel titolo SONO DI PIETRA, sancisce ormai uno status quo la cui chiave di lettura è tutta nel recupero del mito: nel solco della tradizione occidentale rispetto al sentimento del tempo, la poetessa fa un passo in avanti stabilendo la condizione acquisita di chi si guarda indietro o di chi ha ardito guardare negli occhi la Gorgone.

Nel tentativo di cercare una ragione al senso e al nonsenso, per usare le sue stesse parole, è inevitabile “voltarsi indietro”, come nel mito di Orfeo, e con il sapiente uso del verbo “raccattare” la poetessa sintetizza e descrive un paesaggio emotivo a cui non è lasciata alcuna opzione se non, appunto, restare di pietra.

 

AMORE È SEMPRE AMORE

di Claudia Palombi

 

Amore nonna, vecchio legno

di albero un tempo frondoso

sotto cui riparammo turbe

e sgomenti. Mai fu tarlato.

Schiantò per il troppo abbracciare

con l’urlo acuto della fibra forte

quando s’arrende e cede.

Amore nonno, nel silenzio

di orchestra che suonava dentro

bacchette eleganti le dita

su tasti visibili al buio.

Mai stridore, solo sorriso.

Scivolò sui ghiacci d’oltralpe

gemeva leggero un violino.

Amore padre, flesso giunco

canna da modulare al vento

fascino di cantore e rete

groviglio in gola a gorgogliare.

Colse le stelle a mani piene

di quelle c’indicò la luce

rifranto frammento divino.

Amore madre, legno e giunco

suono e canto, sirena in voce

nello sguardo malia e scudo

difese i figli a lampi e dardi.

Acqua nel teatro di vita

fluì e lasciò in dono l’arte

sua, del dolore incantatrice.

 

Affascina in questa lirica la convivenza ben coniugata fra una densa tenerezza di fondo – sia di sentimenti che di intenti – e una forza spinta delle immagini elaborate («mai fu tarlato»; «schiantò per il troppo abbracciare»…) non senza uno sforzo di musicalità ben articolato in alcuni distici particolarmente fluidi: «bacchette eleganti le dita / su tasti visibili al buio»).

Il ritmo generale del componimento gode di pause ben collocate sebbene talvolta soffra di cesure secche che tuttavia non compromettono mai l’andamento della poesia. Nella ricerca lessicale si esprime, invece, l’ambizione lirica migliore che si affida a immagini originali e mai banali tutte proiettate a una struttura generale ben congeniata.

È l’amore universale il nucleo della lirica, quello in grado di superare il tempo, le stagioni e le generazioni e nel titolo la poetessa sembra voler sottolineare con decisione l’esistenza delle mille sfumature dell’amore che prova a dipingere affidandole al microcosmo dei rapporti familiari attraverso una struttura chiastica particolarmente interessante che al contenuto appena indicato affianca anche il sentimento del tempo, quasi a voler stabilire e definire quel SEMPRE del titolo attraverso il procedere per generazioni che non a caso si affida alla presenza di genitori e nonni.

Interessante la struttura a strofe affidata ciascuna ad ognuno di loro, secondo un percorso generazionale discendente, dai nonni al padre e alla madre, ognuno dei quali identificato e associato ad elementi sensoriali, tattili e uditivi, per cui la nonna in primis è «urlo acuto» e così a seguire il nonno è «silenzio d’orchestra», il padre «fascino di cantore» e infine la madre «suono e canto, sirena in voce». E da lì a risalire da «legno e giunco» a «flesso giunco di canna»; da «bacchette eleganti di dita» a «vecchio legno / di albero un tempo frondoso».

E alla musicalità prodotta dal verso attento a metro e ritmo si affianca quella evocata dal contenuto di cui ciascun protagonista si fa portatore allegorico: ottimo escamotage che finisce per crearne quasi melodia.

 

ASSOLATO SUD
di Teresa Lomastro

 

Di questo sud i volti rugosi

arsi al sole,

le mani callose intrise di terra,

il lavoro nero nelle assolate

campagne del caporalato.

Di questo sud le radici nel cuore

ove cornici sono emozioni,

dei muretti a secco l’ombra.

Frusta il sole l teste chine

di contadine affaticate.

Di questo sud lacrime di mamma

squarciate vite,

in un nord lontani figli

dove il dolore non fa domande.

Sguardi lucidi di padri

nel seminato sud,

sotto lunare manto.

 

Ben costruito l’andamento ritmico che si apre, per almeno i primi sei versi, con una sovente accentazione alla seconda che lo rende ben cadenzato e sostenuto e procede via via rilassandosi in una fluidità più distesa che conduce lentamente all’immagine del notturno finale.

I costrutti lessicali talvolta si fanno audaci e l’apporto lirico è spesso affidato all’anticipazione dell’aggettivo rispetto al sostantivo (assolate campagne; lontani figli; squarciate vite; seminato sud; lunare manto) ma non tralascia la possibilità di un raffronto coi più riusciti «volti rugosi», «mani callose», «lavoro nero», «contadine affaticate».

Bisognerà aspettare il terzo capoverso prima di incontrare un verbo reggente (frustare) fino a quel momento sottinteso nell’ellissi delle prime due strofe.

La lirica guarda al sud rimodulando la retorica meridionalistica attraverso due canali: un tentativo di ricostituzione lirica degli elementi di quella stessa retorica (teste chine, muretti a secco, radici, oltre alle precedenti citazioni) e una sfumatura sociale assolutamente appropriata che passa dal caporalato e arriva alle migrazioni a nord dei giovani lasciando nelle donne e nelle madri  l’espressione del dolore nel silenzio di «teste chine», appunto, ormai quasi inermi rispetto a un destino pressoché abbracciato: splendida la sintesi nell’immagine del dolore che «non fa domande» e davvero prezioso l’ultimo aggettivo della lirica: il sud, grazie alla fatica dei padri disillusi e lucidi, resta «seminato».

Una commovente nota di speranza che apre la strada a possibilità di nuovi germogli non appena la luna avrà ceduto il passo al giorno nuovo. Sebbene infatti l’ultimo paesaggio sia notturno e lunare, resta «assolato» il sud nel titolo: è il giorno che verrà quello che interessa.

Vito Davoli

 

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