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DOVE NON MI HAI PORTATA

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di Maria Grazia Calandrone

DOVE NON MI HAI PORTATA

Finalista al Premio Strega 2023

I critici e i recensori amano collocare le opere entro i rassicuranti argini dei generi letterari.

Non sempre questa attribuzione può avvenire in modo sicuro e risulta particolarmente impegnativa nel caso di “Dove non mi hai portata”, l’ultimo libro di Maria Grazia Calandrone, finalista per il premio Strega 2023.

Come si potrebbe qualificare quest’opera?

La definizione più immediata sarebbe quella di romanzo autobiografico, nel quale la scrittrice cerca di ricostruire le proprie origini attraverso la vita di Lucia, sua madre biologica.

Ma si potrebbe definire anche di un romanzo storico, che rappresenta in modo vivido e a tratti spietato uno spaccato della società italiana negli anni del dopoguerra e del boom economico a partire da una storia vera, che occupò le cronache nel giugno del 1965.

Nella ricostruzione minuziosa degli avvenimenti e degli aspetti oscuri della vicenda, l’autrice si muove come in un giallo, esaminando minuziosamente ogni indizio, ogni dettaglio che possa ricomporre il mosaico di una verità accettabile.

La ricostruzione della vicenda, pur lucidissima e rigorosa, non resta sul tono freddo dell’investigazione, perché l’autrice trasmette la tenerezza e la commozione che l’hanno guidata nella ricerca.

Il romanzo delinea le condizioni di vita delle località rurali del Molise, ma anche i meccanismi crudeli che schiacciarono le classi umili nella Milano del boom economico, per rappresentare infine la bellezza di una Roma trasognata e indifferente.

La vicenda nasce da un abbandono.

Maria Grazia viene abbandonata ancora in fasce su un prato all’ingresso di Villa Borghese a Roma.

Sarà prelevata da uno sconosciuto passante e comincerà quindi una nuova vita.

L’indagine sui motivi che hanno portato i genitori a questo disperato gesto costituisce la trama del romanzo, ma anche un viaggio interiore nell’anima di Lucia e Giuseppe, i quali, contro tutti i pregiudizi sociali, si slanciano alla ricerca di una felicità inarrivabile.

Lucia, in particolare, si staglia come una figura possente, pur essendo piccola di statura, umile di nascita, poco istruita.

Si allontana dal marito che le è stato imposto e dall’ambiente asfittico che la tiene prigioniera sotto il peso di un patriarcato opprimente.

La parabola della loro vita non consente giudizi netti: ciò che si configura come un reato è una rivendicazione di dignità, l’abbandono è in realtà un estremo atto d’amore, la morte trascolora nella libertà, la vita è un dono e una condanna.

“L’amore di Lucia per me, a me in persona sicuramente e semplicemente destinato, sta nel non avermi portata con sé nella morte, sta nel dove non mi hai portata e nel suo avermi riconsegnata alla vita. Alla vita di tutti. Facendo della mia vita, fin dalle origini, la vita che torna a tutti”.

Lo stile della narrazione rivela una propensione alla poesia. È uno stile piano, che scorre nell’alveo di un’apparente semplicità, ma sottende tuttavia una musicalità tipica delle composizioni in versi e un lessico che nella sua naturalezza rivela un’accurata ricerca di eleganza.

Buona lettura.

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