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COS’È IL CROWDFUNDING?

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Tempo di lettura: 3 minuti

Dietro questa parola anglosassone, composta da crowd (folla) e funding (finanziamento) si cela, oramai, un mondo infinito che può cambiare le sorti di ricerca scientifica, progetti aziendali, organizzazioni benefiche, dal grandissimo progetto alla micro-azione che necessita di denari per essere realizzata.

Il principio è quello che – in Italia – chiamiamo “colletta”, cioè una raccolta fondi che può essere realizzata veramente per molte tipologie di necessità e che, oggi, viene inquadrata e gestita su piattaforme internet che, sfruttando i social, le condivisioni e la globalità, consentono di divulgare efficacemente i progetti e, molte volte, raggiungere l’obiettivo del riuscire a finanziare quanto richiesto.

Stesso principio ma tipologie diverse

Di “collette” ve ne sono diversi tipi, a seconda degli accordi che i propositori del progetto adottano verso i contributori.

Le tipologie possono racchiudersi in tre:

  1. “Tutto o niente”: il progetto proposto necessita di almeno una cifra minima. Ad esempio, una raccolta fondi per l’acquisto di una ambulanza con particolari strumentazioni al suo interno. La cifra sarà quella indicata dal fornitore della stessa ambulanza, mettiamo, 50.000 euro. La raccolta fondi non potrà essere ritenuta “valida”, e nel caso succeda vengono restituiti i soldi ai contributori, se non si raggiunge la cifra minima di 50.000 euro entro un determinato arco di tempo, generalmente 90 giorni massimo. Se, invece, si supera la cifra, tanto meglio. Il progetto risulterà comunque finanziato.
  2. “Tieni tutto”: con questa modalità, invece, si tende ad effettuare raccolte fondi per progetti che, pur avendo un obiettivo minimo definito ed un arco temporale di proposta della raccolta fondi, mettiamo sempre 90 giorni, alla scadenza, se non raggiunto l’obiettivo non vedrà la restituzione dei soldi ai contributori, perché il progetto partirà ugualmente con quello che c’è. Facciamo un esempio: una organizzazione no profit vorrebbe raggiungere la vaccinazione di bambini di un villaggio in un Paese del terzo mondo. I bambini sono 1000 ed il costo delle vaccinazioni da effettuare ciascuno 10 euro. Servono 10.000 euro ma, in 3 mesi, vengono raccolti 8.000 euro circa. L’organizzazione procederà con 8.000 euro, magari aprendo nuovo progetto “keep it all” per i restanti 2.000.
  3. “Raccolta fondi o Fundraising”: immaginiamola come una “colletta” sempre aperta, senza limiti di tempo e di raccolta. È la modalità solita delle associazioni no profit ma anche degli enti pubblici, dei partiti politici, dei sindacati e tante altre organizzazioni che, per il loro sostentamento, necessitano di contribuzioni continuative.

Quale strumento di comunicazione usare?

Qui c’è veramente l’imbarazzo della scelta.

Di piattaforme che consentono la raccolta di denaro, per le finalità più disparate, compreso ovviamente il crowdfunding per progetti d’impresa, ce ne sono veramente tantissime.

Queste debbono mantenersi e possono essere, a loro volta, un “progetto” al quale poter contribuire. Comunque si suole distinguere in:

  • Donazione pura: chi contribuisce alle campagne di queste piattaforme lo fa per puro spirito di liberalità senza aspettarsi nulla in cambio.
  • Donazione con ricompensa: è la variante della precedente, dove – a fronte di una donazione – vi possono essere ricompense più o meno simboliche. Ad esempio, a chi contribuisce fino ad un certo tot viene inviato un certificato di benemerenza; chi contribuisce oltre un altro tot ha la possibilità di cenare con il testimonial famoso della campagna e cose simili.
  • Prestito: nelle piattaforme “loan-based” i propositori del progetto chiedono sostanzialmente prestiti indicando percentuali d’interesse variabili a seconda della tipologia di progetto (ad esempio se si tratta di progetti sociali oppure aziendali). Talvolta è anche possibile che non vi siano interessi bensì sia prevista la sola restituzione del prestito.
  • Equity: questa parola la si vede veramente molte volte ed è prettamente “aziendale”. Questa modalità è realizzata per raccogliere fondi necessari alla realizzazione di una start up o, comunque, un progetto aziendale il cui ammontare è ben definito. Coloro che conferiscono denaro lo fanno a titolo d’investimento, andando, di fatto, a partecipare a quote o azioni societarie e, pertanto, a fine di lucro, andando a considerare il progetto un rischio ed il capitale investito, appunto, capitale a rischio. Proprio per questo, in Italia, questa forma di crowdfunding è regolata dalle norme inerenti il pubblico risparmio e gli investimenti e, come tale, sottoposta al controllo della CONSOB.

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