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CONCILIAZIONI IN AZIENDA: NULLE SE FATTE IN SEDE! LA CASSAZIONE FA CHIAREZZA

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Tempo di lettura: 3 minuti

Conciliazioni in sede sindacale – la lettura formalistica della Suprema Corte. Nota a Cass. Civ. Sez. Lavoro n. 10065 del 15.04.2024

La rinuncia è un atto giuridico unilaterale attraverso il quale il lavoratore abbandona un diritto mentre la transazione è un atto bilaterale attraverso il quale le parti si fanno reciproche concessioni per prevenire o estinguere una lite.

Sono invalide le rinunzie e le transazioni aventi ad oggetto diritti del prestatore di lavoro derivanti da disposizioni inderogabili della legge o degli accordi collettivi. L’inderogabilità risiede nella fonte e non già nel diritto.

Le rinunzie e le transazioni se siglate in violazione dell’art. 2113 c.c. sono invalide ed impugnabili nel termine semestrale decorrente dalla cessazione del rapporto di lavoro ovvero dal negozio dispositivo.

Sulla base di questi indirizzi di sistema è necessario indagare il senso della seguente espressione: sede protetta cui fa riferimento l’art. 2113 co. 4 c.c., nel momento in cui esclude il divieto di rinunzie e transazioni di cui al co. 1, qualora le stesse intervengano nelle sedi di cui agli artt. 185, 410, 411, 412 ter e 412 quater c.p.c. cioè a dire:

  • La sede giudiziale;
  • Le commissioni di conciliazione presso l’ispettorato territoriale del lavoro;
  • Le sedi sindacali;
  • I Collegi di conciliazione e arbitrato.

Ora, risulta interessante ragionare su quanto di recente espresso da Cass. Civ. Sezione Lavoro n.10065 del 15.04.2024, circa l’invalidità dell’operazione che aveva condotto alla stipulazione di un verbale di conciliazione avente ad oggetto la riduzione della retribuzione mensile nella misura del 20% dell’imponibile fiscale al fine di evitare il licenziamento del lavoratore, alla luce di quanto disposto dall’art. 2103 c.c. come modificato dall’art. 3 del D.Lgs. 81 del 2015, sottoscritto dal datore di lavoro e dal lavoratore, alla presenza di un rappresentante sindacale, presso i locali dell’azienda.

L’operato aziendale potrebbe essere stato indotto da una lettura acritica della giurisprudenza sedimentatasi sul punto nel corso del tempo, relativamente a casi di conciliazioni sindacali stipulate all’interno dei locali aziendali, seppure alla presenza di un rappresentante sindacale dell’associazione cui aderisce il lavoratore o a cui questi ha conferito esplicito mandato al momento della stipulazione dell’accordo transattivo, ritenute valide dalla Suprema Corte.

Ciò in quanto è possibile reperire, anche in un recente passato, una interpretazione eterodossa e poco formalistica della locuzione sede protetta da intendersi non a livello letterale-territoriale bensì figurato, cioè a dire che sede sindacale non significa, infatti, negli uffici del sindacato, ma nelle forme sindacali (Cass. Civ. Sez. Lav. n. 12858/2003).

Tuttavia, ad avviso della Suprema Corte, nel recente pronunciamento in commento,

“[…] nel sistema normativo sopra descritto, la protezione del lavoratore non è affidata unicamente alla assistenza del rappresentante sindacale, ma anche al luogo in cui la conciliazione avviene, quali concomitanti accorgimenti necessari al fine di garantire la libera determinazione del lavoratore nella rinuncia a diritti previsti da disposizioni inderogabili e l’assenza di condizionamenti, di qualsiasi genere.

Le citate disposizioni del codice di procedura civile individuano infatti non solo gli organi dinanzi ai quali possono svolgersi le conciliazioni ma anche le sedi ove ciò può avvenire, come emerge in modo inequivoco dal tenore letterale delle stesse.

L’art. 410 prevede che il tentativo di conciliazione possa avvenire “presso la commissione di conciliazione” e l’art. 411, terzo comma, fa riferimento alla conciliazione “in sede sindacale”.

L’assistenza prestata da rappresentanti sindacali (esponenti della organizzazione sindacale cui appartiene il lavoratore o, comunque, dal medesimo indicati, v. Cass. n. 4730 d 2002; n. 12858 del 2003; n. 13217 del 2008) deve essere effettiva e ha lo scopo di porre il lavoratore in condizione di sapere a quale diritto rinunci e in che misura (v. Cass. n. 24024 del 2013; n. 21617 del 2018; n. 25796 del 2023; n. 18503 del 2023 in motivazione), così da consentire l’espressione di un consenso informato e consapevole […]”.

Pertanto, i luoghi selezionati dal Legislatore hanno carattere tassativo e non ammettono equipollenti, sia perché direttamente collegati all’organo deputato alla conciliazione e sia in ragione della finalità di garantire al lavoratore l’assistenza in un ambiente neutro, estraneo all’influenza della controparte datoriale.

Discende da ciò che è nullo il verbale di conciliazione sindacala sottoscritto in azienda, sia pure in presenza di un rappresentante sindacale. Tale modalità non soddisfa i requisiti previsti dal Legislatore ai fini della validità delle rinunzie e transazioni di cui all’art. 2113 c.c.

Avv. Pierandrea Fulgenzi

 

Leggi qui il testo completo della sentenza: –>

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