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APPUNTI DI UN BUONISTA

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Vito Davoli

APPUNTI DI UN BUONISTA

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LA SERIETÀ CHIAMA SERIETÀ ANCHE IN UN DIALOGO DA BAR

METODO E MERITO, FORMA E CONTENUTO

 

Vito Davoli (Bari 1973) scrittore, poeta, giornalista e critico letterario, è laureato in Lettere Classiche ed è stato insegnante nelle scuole superiori. Suoi scritti e contributi sono stati pubblicati, nel corso degli anni, in diverse riviste, antologie, raccolte e periodici sia nazionali che internazionali. Tra questi ultimi si ricordano le recenti pagine a lui dedicate sulle riviste Tiberiades. Red iberoamericana de Poetas y Cricos Literatios Cristiano (Spagna), Crear en Salamanca (Rivista letteraria dell’Università di Salamnca, Spagna) e PW Arabica (Publisher Weekly – Arabic), rivista letteraria degli Emirati Arabi. Nella seconda metà degli anni ’90 è stato giornalista e redattore di diverse riviste tra cui Liberazione (Roma), Barisera (Bari), L’Altra Molfetta (Molfetta), In Città e Incontri ed Esperienze (Giovinazzo) e il periodico Le Passioni di Sinistra (Molfetta), di cui è stato cofondatore. Curatore e promotore culturale; redattore della prestigiosa rivista letteraria La Vallisa, fondata e diretta da 40 anni dal prof. Daniele Giancane; è anche coordinatore responsabile dell’omonimo blog. Ha pubblicato Contraddizioni (Edizioni Leucò, Molfetta 2001) e dopo vent’anni dalla sua prima edizione, nel 2021 è recentemente ristampata e se ne sta traducendo la versione spagnola. Ha da poco pubblicato la sua seconda silloge dal titolo Carne e Sangue (Tabula fati 2022). Sulla sua poesia sono intervenuti Giorgio Bàrberi Squarotti, Domenico Cara, Mauro Dentone, Fabio Dainotti, Daniele Giancane, Marco Ignazio de Santis, Angelo Lippo, Beppe Costa, Mauro Macario, Marco Cinque, Gianni Antonio Palumbo e altri. Recentemente ha fondato una nuova esperienza letteraria dal titolo Pubblicazioni Letterariæ, una rivista a distribuzione gratuita nella versione on-line, curata insieme all’amico prof. Daniele Giancane col quale ha anche dato vita alla collettanea di racconti Surrealia. Segnali dall’Oltre e altri racconti, recentemente tradotta in spagnolo e distribuita in tutto il mondo. Ha curato insieme all’amico Beppe Costa l’antologia multilingue d’amori, di delitti, di passioni (PellicanoCult 2022) e con lo stesso Costa si occupa della collana INEDITI RARI E DIVERSI curata da Dario Bellezza fino alla sua morte. Per la stessa collana è in fase di pubblicazione l’antologia SignorNò curata con Marco Cinque (Il Manifesto) che include interventi, tra gli altri, di Margherita Hack, Phil Rushton, Jack Hirschman e Mamhoud Darwish.

 

È un testo molto particolare quello che Vito DAVOLI ha intessuto con questi Appunti di un Buonista.

Ha una sua precisa collocazione temporale nel periodo di passaggio dal Governo giallo-verde a quello giallo-rosso eppure non parla di politica; si concentra fondamentalmente su tre temi che sono quelli enunciati nel sottotitolo: migrazioni, diritti e nazionalismo eppure non ha alcuna pretesa di esaurirli.

Lo scrive lui stesso in fase introduttiva:

«Non c’è qui alcuna pretesa di enunciazione di verità evangeliche ma solo l’esplicitazione di alcuni contenuti legati alle recenti discussioni in materia di immigrazione, diritti umani e nazionalismo e al loro modo di essere sciorinati. È un dialogo. O un tentativo di dialogo; fatto sui social, certo. Come se ne farebbero al bar, senza velleità di alcun tipo ma un dialogo al quale sottrarsi troppo spesso dà la netta sensazione di lasciar correre un mostro che di quel silenzio, di quel “lasciar stare” si nutre».

Sembra essere proprio qui il focus dell’opera: il dialogo o, meglio, il tentativo di dialogare e, soprattutto, il metodo con cui quel dialogo viene portato avanti anche quando i temi necessiterebbero di un approccio serio, rispettoso, nobile rispetto a temi che non possono essere affrontati diversamente e che spesso, per incapacità di affrontarli, si preferisce il silenzio oppure una cosa qualunque purché se ne dica una. È a questo che l’autore non ci sta.

Gli fa eco il prefatore e amico d’infanzia Enio Minervini, sindacalista in quel di Massa Carrara, che scrive:

«Ad un certo punto qualcuno bisognava che lo dicesse; e Vito Davoli lo dice. (…) Non è un viaggio comodo, questo, è bene saperlo. Ma se ne esce con la consapevolezza che tacere non è possibile. Che certe cose occorre dirle, perché le parole, anche le parole, stiano nell’aria che respiriamo, siano anch’esse presenti nei tempi che viviamo. Che non lascino indisturbate quelle altre parole: l’odio e il razzismo».

Perché è proprio la parola il centro di questo libro: l’uso che se ne fa, spesso disonesto, piegato a veicolare opinioni personalissime accompagnate dalla velleità di proporsi come verità assolute in barba a quanto di più oggettivo possa esistere: la legge.

E anche di queste – delle leggi – Davoli ne traccia un percorso a dimostrazione che certe posizioni non possono prescindere da quanto è già codificato e che troppo spesso si grida all’indecenza o si tira in ballo un presunto diritto che ignora completamente il Diritto vero, quello nobile, quello a garanzia di tutti e non solo di parti in gioco che maneggiano le possibilità della vita umana altrui a seconda di come conviene in quel momento.

La forza della parola aiuta a rimettersi sulla giusta strada: ne è assolutamente convinto l’autore quando intraprende schermaglie con i propri interlocutori riportandoli alla radice del significato delle cose e delle parole che le rappresentano e le traducono nella realtà quotidiana.

Splendidi alcuni passaggi nei quali Davoli ricorda “sfrontatamente” tanto a professori, traduttori e intellettuali quanto ad amici di conversazione (che tali desumo essere dai toni degli scritti) di ritornare alla grammatica prima di contestualizzare malamente il senso di alcune parole.

Il passaggio sulla citazione di Marx o l’intero dialogo sul Castel del Monte riescono perfino a caricarsi di un vero e sano umorismo a cui è impossibile negare un genuino sorriso.

Sì, c’è anche dello humor in questo testo, perfettamente contestualizzato, che non passa mai disinvoltamente da un tono all’altro, da un argomento all’altro ma segue un percorso lineare dettato dal dialogo stesso che l’autore lascia sempre decidere al suo interlocutore.

Non si impone mai.

È come se chiedesse ai suoi interlocutori di stabilire le regole del “gioco”, disposto poi a “giocare” secondo quelle regole per dimostrare che in nessun caso se ne esce, che in nessun caso certe posizioni posso avere diritto di cittadinanza. È insomma anche un testo critico che attraverso la giusta parola prova a indicare che l’approccio critico sia l’unico metodo per accostarsi a temi fondamentali che finiscono per tradursi in vita reale delle persone.
Ed è anche un testo profondamente rispettoso delle persone, inclusi i suoi interlocutori (dichiaratamente stimati in ambiti diversi o affezionati per rapporti interpersonali) che non sono mai citati con nomi e cognomi non per timori di querele, credo, dal momento che il tempo trascorso pone l’autore legalmente “al sicuro”:

«Non si tratta – dichiara l’autore – di mettere alla berlina costoro: non mi appartiene e non ritengo sia corretto. È piuttosto il tentativo di sintetizzare alcuni temi e metodi discorsivi divenuti ormai dei clichet»

e come tali affrontati con una dose di retorica eccessiva per poter essere considerata più seriamente di una scialba conversazione da bar. Tanto più se avviene sui social, croce e delizia sociologica dell’ultimo decennio in fatto di rapporti umani.

Ecco allora un’altra novità che rende – come scritto all’inizio di questo contributo – questo testo molto particolare.

È la trasposizione su carta stampata di quanto già scritto sui social, su Facebook nello specifico.

Ho verificato punto per punto il testo rintracciando ogni singolo dialogo consumatosi sul profilo dell’autore e successivamente riportato con un opportuno quanto minimo e necessario intervento di correzione e aggiustamento che la distrazione e i tempi fulminei dei social non riescono proprio ad evitare. Si dirà, allora, perché acquistare un testo i cui contenuti sono già disponibili liberamente in rete?

Direi: provate a mettere insieme questo discorso pezzo per pezzo!

Se è vero che il tempo ha un valore, l’autore l’ha speso per il lettore tessendo un percorso difficilmente riproponibile nella frammentarietà dei social.

E questo rende anche il testo una modernissima operazione “al contrario”: una sorta di audace sfida (e dico vinta) che riporta alla carta stampata quello che si ritiene le sia stato sottratto dalle moderne tecnologie. Insomma, il libro non è affatto morto e semmai servisse una dimostrazione, eccola!

Un modo alternativo di essere moderni, con spessore e contenuto, e in definitiva una multimedialità parallela che in qualche modo sovverte, anche in questo caso, le tiritere e le retoriche declamate e ripetute spesso senza alcuna cognizione di causa.

 

Gianpaolo Santoro

 

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